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Questo articolo è stato pubblicato il 24 febbraio 2012 alle ore 06:40.

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SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Una gigantesca piovra dai lunghi tentacoli che soffocano i settori chiave dell'economia, mortificando qualsiasi forma di libera concorrenza e iniziativa privata. È questo, secondo la Banca Mondiale, il mostro che rischia di strangolare la Cina nei prossimi anni, tagliando drasticamente il tasso di crescita e innescando una grave crisi del settore bancario. Per batterlo Pechino ha una sola freccia al suo arco: varare un piano di riforme che ridimensioni lo strapotere del settore pubblico dentro i gangli vitali dell'economia nazionale e apra nuovi spazi di partecipazione al settore privato.
Il monito al Governo cinese è contenuto in "Cina 2030", un rapporto analitico sulle prospettive dell'economia, commissionato la scorsa estate dal Governo alla World Bank e al Development Research Center (un think tank pechinese in stretti rapporti con la nomenklatura), che sarà presentato lunedì, ma di cui il "Wall Street Journal" ha pubblicato un'anticipazione.
Energia, assicurazioni, infrastrutture, banche, telecomunicazioni, alta finanza, immobiliare: oggi, oltre la Grande Muraglia, non c'è comparto strategico che non sia saldamente controllato, amministrato e gestito dallo Stato. Con risultati non proprio brillanti, sia sotto il profilo strettamente economico che sotto quello della governance. Spesso, infatti, i grandi gruppi di Stato cinesi sono dei carrozzoni inefficienti, scarsamente profittevoli, poco trasparenti, legati tra loro da un viluppo inestricabile di partecipazioni incrociate. E il massiccio sbarco in Borsa di aziende di Stato cinesi avvenuto negli ultimi anni non ha cambiato granché le regole del gioco.
È un problema che ha radici lontane e profonde. I primi a individuarlo e a fronteggiarlo, a metà degli anni 90, furono il presidente, Jiang Zemin, e il premier, Zhu Rongji. Sotto la loro "reggenza" gran parte dell'industria pubblica, soprattutto nel Nordest del Paese dove quest'ultima aveva assunto una fisionomia particolarmente inefficiente, fu ridimensionata, se non smantellata.
Ma poi, a partire dai primi anni Duemila, il Governo attualmente in carica fece l'esatto contrario. Il risultato di quella brusca inversione di rotta è sotto gli occhi di tutti: oggi i gruppi di Stato nuotano nell'oro, grazie alla massa pressoché illimitata di credito bancario di cui dispongono, mentre l'impresa privata non ha i mezzi per finanziare la propria crescita e i propri investimenti.
«Questo Governo ha commesso un errore gravissimo rafforzando i monopoli pubblici e penalizzando il settore privato - si lamenta un imprenditore di Shanghai -. Non sarà un caso che, mentre dieci anni fa i giovani ambivano a trovare un posto di lavoro nel privato, oggi cercano tutti un'occupazione pubblica o para-pubblica».
L'imprenditore di Shanghai, come migliaia di colleghi, spera che con il prossimo Governo le cose cambino. Tra un anno esatto il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao, dopo un decennio alla guida del Paese, passeranno il testimone per raggiunti limiti di età. A raccoglierlo, salvo imprevisti, saranno Xi Jinping e Li Keqiang, cioè i due uomini di punta della Quinta Generazione di comunisti cinesi destinata a governare la Cina nel prossimo decennio.
Il rapporto "China 2030" è indirizzato proprio a loro. La stessa Banca Mondiale, tramite il suo presidente Peter Zoellick, ha già suggerito a Pechino la sua ricetta per riequilibrare l'economia del Dragone. «La Cina deve ridurre il ruolo delle aziende di Stato, rompere i monopoli, allargare la proprietà dei gruppi pubblici e abbassare le barriere all'entrata per le imprese private» ha detto Zoellick giusto qualche settimana fa.
La nuova leadership avrà la volontà, la determinazione e la forza per avviare la grande riforma dell'economia reclamata a gran voce da un settore privato che oggi, in termini di giro d'affari, rappresenta oltre i due terzi del Pil cinese?
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