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Questo articolo è stato pubblicato il 02 marzo 2012 alle ore 13:31.
Cerro Torre (Olycom)
Dopo 42 anni il Cerro Torre, la montagna di 3.128 metri in Patagonia considerata una delle più difficili del mondo da scalare, è ancora il simbolo delle divisioni tra gli alpinisti. Nel 1970, il trentino Cesare Maestri aprì la tanto celebre quanto controversa "via del compressore" sulla cresta sud-est, arrivando alla base del fungo sommitale ghiacciato. Utilizzò un gigantesco trapano, piantando circa 350 chiodi a pressione su un tratto della via, per avanzare sul granito liscio. Il compressore è tuttora appeso alla parete. Con quell'impresa, il ragno delle Dolomiti volle dimostrare che non esistevano montagne impossibili da salire.
A gennaio di quest'anno, due scalatori americani sconosciuti ai più, Hayden Kennedy e Jason Kruk, hanno raggiunto la vetta del Cerro Torre lungo lo stesso spigolo sud-est ma con un percorso nuovo, evitando la maggior parte dei chiodi esistenti. Durante la discesa, anzi, hanno eliminato un centinaio di questi chiodi, per affermare la superiorità dell'alpinismo "by fair means", pulito e leggero, contro la tecnica artificiale. Così, nelle ultime settimane si è scatenato un acceso dibattito sul web tra chi appoggia e chi condanna quest'azione.
Si può riscrivere a piacimento la storia delle vette? Questa e altre domande hanno riportato in primo piano la discussione sull'etica delle scalate contemporanee. Da una parte, ci sono i protagonisti della scena anglosassone, come Chris Bonington e Steve House. Sono i paladini dello stile alpino fondato sulla purezza del gesto tecnico, l'allenamento meticoloso, la velocità, l'uso ridotto dei materiali. Rifiutano anche l'ossigeno e le corde fisse nelle spedizioni a quota ottomila. Ai loro occhi, la via del compressore è una ferita nella montagna, il retaggio di un passato da cancellare senza rimpianti. Reinhold Messner si è schierato con questa fazione. Kennedy e Kruk, ha spiegato il re degli ottomila, «hanno tutto il mio rispetto per aver liberato la via del compressore dalla morsa dell'alpinismo di conquista, uno stile che dovremmo finalmente abbandonare». Sul fatto che lo stile sia cambiato, sono tutti d'accordo. La comunità alpinistica italiana, però, ha difeso l'integrità della salita di Maestri, riaffermando così il valore storico di ogni scalata, a patto che sia compiuta con lealtà, dichiarando i propri intenti. È contraria, quindi, a «una concezione dell'alpinismo in cui vengono a mancare il rispetto per le figure del passato e la capacità di contestualizzare le imprese (o i tentativi), rapportandole alle condizioni di un tempo», si legge in un documento sottoscritto da decine di alpinisti.
In montagna si è vista un'evoluzione costante di tecniche e materiali, innalzando l'asticella delle prestazioni. Lo stile alpino è il terreno di confronto per gli scalatori moderni. Le polemiche non sono una novità. Ricordiamo quelle sulla presunta prima ascensione di Maestri sul Cerro Torre nel '59. O quelle più recenti sull'uso dell'ossigeno a ottomila metri, magari in spedizioni commerciali con sherpa e campi fissi. Le imprese di Silvio Mondinelli, Simone Moro e Nives Meroi, per citare le figure più note del nostro alpinismo, hanno dimostrato che l'avventura, l'etica e la tecnologia possono convivere. Il paradosso della vicenda in Patagonia è che Maestri, nel '70, voleva spezzare i chiodi. Ci riuscì solo su una trentina di metri di parete, con l'idea di complicare l'ascensione a chi avrebbe seguito le sue tracce. Proprio quello che ha spinto i critici di Maestri ad approvare la rimozione dei chiodi: senza di questi, è tutto più difficile.
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