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Questo articolo è stato pubblicato il 24 marzo 2012 alle ore 15:56.

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Tran era un soldato nell'esercito del Vietnam del Sud. Dopo la guerra e la "rieducazione", è tornato a casa e ha riaperto la fabbrica di mattoni di famiglia. «Le cose vanno abbastanza bene» dice. «Non riesco a star dietro agli ordini, con tutte le costruzioni in corso. Il problema è che i giovani non vogliono più fare questo lavoro».

Gli operai di Tran guadagnano poco più di un dollaro il giorno e molti cercano lavoro nel polo industriale di Can Tho, poco a nord, attorno al netwok stradale che si dirama dal gigantesco ponte sul Mekong sovrastante le baracche dove Tran cuoce i suoi mattoni come un secolo fa.

La storia di Tran è una delle tante che compongono quella del Vietnam quale "Rising Dragon", il nuovo dragone asiatico raccontato nel saggio del giornalista Bill Hayton. Il cambiamento, secondo Hayton, è ben definito da un passaggio semantico: in vietnamita il termine "com" significa raccolto, ma anche cibo, pasto e addirittura la moglie. Oggi, sempre più spesso, è riferito a commodity. Ciò accade perché "i campi stanno sparendo sotto i nuovi parchi industriali". Basta fare un tour nei dintorni di Hanoi. Là dove si distendevano le risaie, si sono sviluppati i parchi industriali di Bac Ninh, con gli stabilimenti Samsung, Canon e della taiwanese Foxconn, o di Vinh Phuc, dove la Piaggio ha inaugurato un nuovo stabilimento.

«I teatri di Guerra sono diventati poli produttivi: il Delta del Mekong a sud, il delta del Fiume Rosso a nord: nel primo si concentra il 35% del pil, nel secondo il 25» dice Johan Kruimer, managing director della Ho Chi Minh City Securities Corporation. «La topografia aiuta, sei sempre vicino a un porto». Ma non è il motivo principale della rilocazione industriale dalla Cina al Vietnam. «E' una questione di costi e produttività. Il mensile medio di un colletto blu vietnamita è di circa ottanta dollari, contro i duecento del cinese. Senza contare che il vietnamita è spinto da una motivazione più forte: dopo mille anni di guerre, la sopravvivenza resta il primo pensiero, la volontà di assicurarsi un futuro migliore è feroce».

Ecco che cosa spinge gli operai di Tran. Alcuni di loro ce la fanno. Come Van, che ha trovato impiego in una fabbrica vicino a Saigon e triplicato il suo salario. Altri, finiscono a lavorare nella versione contemporanea degli "sweatshops", "i laboratori del sudore" (soprattutto nel settore dell'abbigliamento e calzaturiero), dove le condizioni di lavoro sono definite "inaccettabili" dallo stesso ministero della salute vietnamita.
Questa feroce volontà non è limitata alla sola classe operaia. Per comprendere il segreto del successo vietnamita bisogna ascoltare anche la Signora Nguyen, manager di un'impresa statale. «Ho molto lavoro da sbrigare» dice, giustificando il poco tempo concesso. «Non farò a tempo a tornare a casa. Dormirò in ufficio». Non ha una stanza per questo, come nei film americani, né un letto. «Monto un'amaca».

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