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Questo articolo è stato pubblicato il 24 marzo 2012 alle ore 08:16.

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ROMA
La rappresentazione del caos. Questo il titolo che potrebbe accompagnare il day after delle prossime elezioni amministrative, caratterizzate dal proliferare di liste civiche, dalla frantumazione non solo di vecchie ma anche di nuove alleanze, dall'indebolimento generalizzato di tutti i partiti così come li abbiamo fin qui conosciuti. Emblematica è ad esempio la conclusione, avvenuta ieri, del caso Tosi. L'attuale sindaco di Verona ha ottenuto il via libera del Senatur per correre il 7-8 maggio con una sua lista personale, affiancata oltre che da quella della Lega anche da altre liste civiche. Non è solo la conferma della rottura dell'asse del Nord con il Pdl ma la fine del pensiero unico bossiano. Il leader del Carroccio, dopo aver minacciato fuoco e fiamme, alla fine si è dovuto arrendere. Tosi si è imposto perchè ha dimostrato di poter attrarre molto più consenso con una sua lista, nella quale ci saranno anche ex Pdl e ex Udc, che se si fosse presentato sotto il simbolo dello spadone sguainato da Alberto da Giussano. Non era mai successo.
Le liste civiche sono infatti sempre più numerose, così come molti sono i candidati sindaci che provendogono dalla cosiddetta società civile: ulteriore conferma che il brand politico non tira più . A Palermo – dove è imploso il centro-destra, il centro-sinistra e anche il centro – il candidato del Pd Massimo Ferrandelli così come quello targato Pdl-Udc, Massimo Costa, non sono professionisti della politica. Temendo il rigetto degli elettori, si manda avanti qualcuno che non sia troppo compromesso con i partiti. Ma è una strada che alla lunga può rivelarsi suicida. Di qui gli appelli alle riforme: dei partiti, delle istitituzioni, della legge elettorale.
«Passare dalle parole ai fatti», ha ammonito ieri il presidente del Senato, Renato Schifani. Ma non è facile. Anche perchè si devono fare i conti anzitutto con le divisioni interne. Pdl e il Pd in primis. «Abbiamo il tempo di cambiare alcune regole costituzionali e di cambiare la legge elettorale: troviamo insieme la formula per farlo», ha detto ieri Angelino Alfano. Il segretario del Pdl si presenta col ramoscello d'ulivo ma sa bene che nel suo partito c'è un nutrito drappello di falchi che a una riforma «insieme» non ha alcuna voglia di arrivarci. E il motivo è semplice: perchè spalancherebbe le porte alla continuazione della grande coalizione, anche per il dopo 2013. Berlusconi non ha ancora deciso ma non si è messo neppure di traverso. Per adesso il Cavaliere attende di capire le mosse del Pd. «Sono mesi decisivi per la transizione italiana, rischiamo di peredere un altro appuntamento», ammonisce Walter Veltroni che forse si rivolge anzitutto al suo partito, al Pd. Pierluigi Bersani si dice pronto ma per adesso non si muove in nessuna direzione. Il timore del leader democratico è che l'apertura vera di un confronto su legge elettorale e riforma istituzionale potrebbe provocare la rottura dell'asse con Vendola e Di Pietro. Ma è un rischio anche rimanere immobili. Quando Gaetano Quagliariello avverte che «non si può pretendere un disegno di legge sulla riforma del lavoro e poi sfilarsi per convenienza dalle riforme istituzionali dicendo che non c'è tempo» lancia un messaggio chiaro che potremmo definire di «prospettiva». Nessuno al momento sa come arriverà, con quali alleanze, con quali candidati, alle prossime politiche. Ma tutto può succedere. Un esempio? Un candidato sindaco espresso dal Pd e sostenuto dal Pdl nel nome del partito pro-Tav. Ad Avigliana, comune della Val di Susa che diede i natali al sindaco di Torino Piero Fassino, Pd e Pdl (che qui fa riferimento a Osvaldo Napoli) si sono alleati nel nome di Aristide Sada, che è sì vicino al partito di Bersani ma è anche colui che ha avuto il coraggio di schierarsi apertamente a favore della Tav.

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