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Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2012 alle ore 08:12.

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Chi l'avrebbe mai detto? Chi lo avrebbe mai pensato un anno o anche solo pochi mesi fa...

Un anno fa il candidato in pectore del partito socialista era il potente e navigato direttore del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn. Il suo assurdo suicidio politico nella suite di un albergo di New York ha brutalmente rimescolato le carte. Impossibile dire oggi se Dsk sarebbe riuscito a superare l'ostacolo delle primarie socialiste, ma certo la sua scomparsa ha aperto nuovi scenari a quello che fino ad allora era stato solo un outsider. Sul quale erano in pochi disposti a scommettere, dentro e fuori il partito.

Memorabili rimangono gli sferzanti giudizi dell'ex premier Laurent Fabius («Francamente, qualcuno di voi riesce a immaginare Hollande presidente della Repubblica?»), della segretaria Martine Aubry («Uno senza palle»), dell'ex socialista e leader della nuova sinistra movimentista Jean-Luc Mélenchon («Com'è possibile, per affrontare la tempesta, affidarsi a un comandante di pedalò?»).

Lui, che non è un rancoroso e che in undici anni di guida del partito ha imparato l'arte della mediazione e del compromesso, non ha fatto una piega ed è andato dritto per la sua strada. Mostrando una determinazione che molti, quasi tutti, avevano sottovalutato.

Discendente di una famiglia di protestanti che nel 1500 aveva abbandonato l'Olanda per sfuggire all'Inquisizione, Hollande è nato 57 anni anni fa a Rouen, da una madre assistente sociale e un padre medico, sfortunato candidato dell'estrema destra alle elezioni comunali e sostenitore dell'Algeria francese. Conosce la futura moglie Ségolène Royal sui banchi dell'Ena, la prestigiosa scuola dell'élite repubblicana francese, e con lei comincia a frequentare l'Eliseo ai tempi di François Mitterrand.

Non ha mai fatto il ministro (una mancanza di esperienza che gli è stata più volte rinfacciata), ma conosce bene la Francia profonda. E il lavoro del politico sul terreno. Quando nel 1981 Jacques Delors, di cui il giovane Hollande è considerato il pupillo, decide di non candidarsi in Corrèze, feudo politico della famiglia Chirac, il partito manda lui. Che da allora non abbandona più quella provincia agricola, percorrendo con apparente umiltà tutte le tappe della gavetta politica: consigliere comunale di Ussel, sindaco di Tulle, presidente del consiglio provinciale, deputato.

Conosce bene la Francia profonda per averla percorsa da segretario, tra il 1997 e il 2008, nei mille incontri con i militanti e simpatizzanti del partito. Ma soprattutto perché da lì è ripartito quattro anni fa, dopo aver lasciato la guida del Ps. Ha già deciso di candidarsi all'Eliseo, ma nessuno lo sa. E comunque nessuno lo prende seriamente in considerazione. Fonda un movimento e organizza le prime riunioni, spesso in sale semivuote.

Parte da lontano, insomma, la corsa di Hollande. Una vera maratona. Pian piano l'uomo normale - il politico normale, come lui stesso si definisce in contrapposizione alla notorietà di Dsk e all'iperattivismo esibizionista di Sarkozy - cresce, entra nella parte, si "presidenzializza". Riesce persino a rinunciare ai dolci e perdere undici chili.

Ha fatto una buona campagna elettorale, riuscendo a piazzare il colpo giusto al momento giusto. Come l'ormai famosa supertassa del 75% sulla quota di reddito sopra il milione, tirata fuori dal cappello a sorpresa quando Sarkozy aveva appena iniziato la sua rimonta, che lo ha rilanciato.

È un moderato, un socialdemocratico. Uno tranquillo. Che vuole cambiare senza sconvolgere. Come ha detto alla city londinese preoccupata per gli attacchi ai ricchi e alla finanza: «I'm not dangerous».

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