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Questo articolo è stato pubblicato il 25 aprile 2012 alle ore 12:29.

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L'Inghilterra potrebbe diventare la settima nazione europea ad avallare il matrimonio omosessuale dopo Paesi Bassi, Belgio, Spagna, Norvegia, Portogallo e Islanda. Questo, almeno, è l'obiettivo del primo ministro David Cameron che auspica di portare a casa il risultato entro il 2015, a dieci anni dal via libera del «Civil Partnership Act» che offre alle coppie omosessuali gli stessi diritti delle coppie sposate.

Insomma, si tratterebbe di «formalizzare» ulteriormente un passo già fatto dal governo laburista di Tony Blair che, con le unioni civili, «portò all'altare», all'indomani del via libera, 687 coppie gay, tra cui il celeberrimo Reginald Kenneth Dwight, in arte Elton John, che con il canadese David Furnish convolò a nozze a Windsor Guildhall, l'ufficio del registro dove qualche mese prima si erano sposati il principe Carlo e Camilla Parker Bowles.

Nel giro di sette anni, intanto, in Inghilterra, una coppia gay ha fatto in tempo anche a separarsi (dopo l'unione civile) e a fine marzo un tribunale di Londra ha emesso un giudizio su quello che viene ritenuto il primo caso legale di divorzio tra gay in Gran Bretagna.

Dunque, unioni civili e divorzi civili. Cosa cambierebbe allora? Cambierebbe che dalle unioni si passerebbe a veri e propri matrimoni civili e la questione non è semplicissima soprattutto perché le gerarchie ecclesiastiche, dagli anglicani ai cattolici, si sono ampiamente schierate contro la proposta.

La Chiesa d'Inghilterra il 15 marzo, giorno dell'inizio della consultazione, ha pubblicato una nota sul proprio sito, nella quale esprime tutta la sua contrarietà: «La Chiesa d'Inghilterra è impegnata nella concezione tradizionale dell'istituzione del matrimonio come tra un uomo e una donna» e «sostiene il modo in cui le unioni civili offrono a coppie dello stesso sesso una parità di diritti e responsabilità rispetto alle coppie eterosessuali sposate. Un'apertura del matrimonio alle coppie dello stesso sesso conferirebbe poco o nessun nuovo diritto legale a coloro che già sono legati da un'unione civile, ma richiederebbe molte modifiche alla legge, con il cambiamento della definizione di matrimonio che varrebbe per tutti».

Anche i cattolici non hanno espresso simpatia per la "battaglia" di Cameron tanto che il presidente e il vicepresidente della Conferenza dei Vescovi d'Inghilterra e Galles, monsignor Vincent Nichols e monsignor Peter Smith, arcivescovo di Southwark, hanno mandato una lettera firmata che è stata letta in 2.500 parrocchie del paese in cui hanno evidenziato che i cattolici «hanno l'obbligo di fare tutto il possibile per assicurare che il vero significato del matrimonio non si perda per le generazioni future».

Il fulcro della discussione risiede nel fatto che se con la "partnership civile" le coppie dello stesso sesso hanno la possibilità di vincolarsi in una unione registrata, questa non è comunque un matrimonio dal punto di vista giuridico. Aspetto che cambierebbe con la legge per cui Cameron ha avviato una consultazione pubblica. Novanta giorni dal 15 marzo. Entro metà giugno, insomma, l'opinione pubblica britannica potrà far sapere al governo quali sono i propri orientamenti in materia.

Nella consultazione si specifica comunque che i matrimoni saranno solo ed esclusivamente civili ma si tratta di una "rassicurazione" che non é bastato a chi non è d'accordo con la scelta. Anche la stampa ha espresso più o meno velatamente la propria posizione: non propriamente d'accordo i conservatori Daily Mail e Daily Telegraph e non del tutto in disaccordo il Guardian e l'Indipendent che, nei giorni scorsi, ha tracciato il punto della situazione.

Da una parte, la «Coalizione per il matrimonio» che riunisce diverse organizzazioni che si rifiutano di «ridefinire» il matrimonio tradizionale, con alcuni quotidiani, come il Country Life magazine che sono riusciti a raccogliere oltre 400 mila firme contro la proposta di Cameron.
Dall'altra parte, la «Coalition for Equal Marriage», condotta da una coppia gay di Newcastle, sostenuta da organizzazioni omosessuali come "Humanistic Society", "Gay Times" e "the National Secular Society": la loro campagna ha finora portato 40mila firmatari alla petizione per l'uguaglianza ma sanno che la battaglia, nonostante il sostegno del governo, sarà tutt'altro che facile.

Soprattutto dopo il «se» usato da Cameron durante il suo discorso ai leader religiosi per il giorno di Pasqua. Un «se» che non è passato inosservato, da nessuna delle due parti. («Se la questione andrà avanti - ha detto il primo ministro - cambierà quello che accade in un'anagrafe; non cambierà quello che accade in una chiesa»).

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