Storia dell'articolo
Chiudi
Questo articolo è stato pubblicato il 03 maggio 2012 alle ore 12:30.
Nella foto il tecnico del Real Madrid, José Mourinho
Qualcuno dirà che a José Mourinho, "Special One" dai tempi dei trionfi in terra di Inghilterra, piace vincere facile. Perché dopo i successi al Porto, al Chelsea e all'Inter ieri ha tagliato il traguardo da primo della classe della Liga spagnola con il Real Madrid. Appunto, non con il Valencia, l'Atletico Madrid o una qualsiasi altra squadra di media-alta classifica del campionato iberico, bensì con una delle due grandissime del calcio di quelle parti. Che vince spesso e volentieri in patria e in giro per il mondo. E con un budget che altro che crisi mondiale. A Madrid, sponda Real, si comincia la stagione con un unico obiettivo: vincere, vincere e ancora vincere. Costi quel che costi. A volte riesce, altre un po' meno.
Con il 3 a 0 rifilato in trasferta all'Atletico Bilbao di Marcelo Bielsa, finalista di Europa League, i blancos hanno raggiunto ufficialmente quota 32 scudetti. Il Barcellona rimane a 21, l'Atletico Madrid a 9, l'Atletico Bilbao a 8. Il titolo del Real interrompe il dominio dei fenomeni di Guardiola, che avevano lasciato dietro gli avversari nelle ultime tre stagioni. Basta dare un'occhiata alla classifica della Liga a due giornate dalla conclusione per rendersi conto che in Spagna è stata ancora una volta una lotta a due. Real Madrid 94 punti, Barcellona 87, Valencia 58. Sì, avete letto bene. Tra la seconda e la terza ci sono la bellezza di 29 punti, come se fosse un'altra storia, un altro torneo, terrestri contro marziani.
Sì, è vero, Mourinho non è un tipo facile. Intanto, perché ormai è entrato nel ristrettissimo elenco dei tecnici che possono scegliere la squadra da allenare e non viceversa. E poi, perché, è chiaro, lo Special One non lascia indifferenti. Sia quando si tratta di presentare la lista della spesa al presidente di turno, che ogni volta che lo vede quasi vorrebbe nascondersi sotto la scrivania per evitare il confronto (pure con le cifre, evidentemente). Sia quando si tratta di muovere critiche al suo operato. La stampa ha capito come funziona. Per raccogliere parole che faranno il giro del mondo in un amen, è sufficiente fargli notare che forse poteva fare meglio o che un suo collega non condivide le sue scelte fuori e dentro il campo. Apriti cielo, comincia l'acquazzone. Mou spara ad altezza uomo e non sono previsti prigionieri.
Epperò, la tattica funziona. Perché l'allenatore portoghese ha un carisma tale che gli è concessa qualsiasi cosa, o quasi. Lo spogliatoio, con lui con i galloni da comandante, diventa un bunker inattaccabile. Lui dirige ed illumina, gli altri ascoltano e mettono in pratica. Fine, il sistema è semplice al limite dell'imperdonabile. Chi si adegua, può giocarsi il posto in squadra. Chi non lo fa, è meglio che cominci a guardarsi intorno e a lasciare libero l'armadietto. Il discorso vale anche per i dirigenti che gli stanno vicino. Perché Mou non accetta intermediari tra lui e il patron. Ne sa qualcosa Jorge Valdano, fenomeno nel Real anni Ottanta e poi numero 2 di Florentino Perez nel primo anno di gestione portoghese. È stato silurato perché non andava d'accordo con il tecnico. Di solito, accade il contrario. Ma con Mou, beh, è un'altra storia.
Al suo arrivo a Madrid, lo Special One ha fatto piazza pulita per cominciare daccapo. Il primo anno sono arrivati grandissimi come Khedira, Ozil e Di Maria, quello successivo Fabio Coentrao e Sahin. Totale uscite per le casse del Real, ingaggi a parte, circa 150 milioni di euro. Totale entrate, meno di una ventina. Tra le partenze, un certo Raul, che a 33 anni evidentemente non rientrava nei piani di Mourinho e che invece ha dimostrato di essere ancora da vertice con lo Schalke 04. È chiaro che quando puoi contare su una squadra che può vantare stelle come Casillas, Higuain, Benzema, Cristiano Ronaldo, Ozil, Kakà, Xabi Alonso, Khedira, Sergio Ramos e Pepe c'è poco da fare. Se non arrivi primo in volata, passi per incompetente. Tuttavia, la storia è colma di club che dovevano sbaragliare la concorrenza con una facilità disarmante e poi sono rimasti a cacciare mosche in attesa di momenti migliori.
Insomma, Mourinho - lo dicono i numeri degli ultimi anni - è una straordinaria guida di campioni. Sa come gestirli e come farli rendere al meglio. Come motivarli e come farli sentire importanti e protagonisti. Non è cosa da tutti, attenzione. Perché tanti fuoriclasse nello stesso spogliatoio possono creare più danni che vantaggi. Sul piano del gioco, invece, non si può dire che abbia dato forma a rivoluzioni copernicane. Le sedute di allenamento dell'uomo del triplete nerazzurro vengono rappresentate più come riunioni psicoanalitiche di gruppo, che allenamenti con e senza il pallone. E qui si ritorna alla sua capacità di entrare nel cuore e nella testa dei suoi giocatori. Come un domatore alle prese con belve ferocissime o un incantatore di serpenti. Fosse ancora vivo, probabile che Erickson, teorico-guru dell'ipnosi, prenderebbe lezioni da lui.
Si dice che Mourinho potrebbe lasciare Madrid a fine stagione. Per andare altrove, magari per tornare in Inghilterra, con il quale ha sempre avuto un ottimo feelling. Ma se decidesse, giusto per spargliare un po' le carte e rendere la sua biografia meno scontata e prevedibile, di allenare una squadra che ha un budget meno strepitoso del Real, dell'Inter o del Chelsea, sarebbe un'impresa degna di essere ricordata nella storia del calcio, alla pari con i suoi successi, ovviamente. Dunque, via alla raccolta firme, Mou il prossimo anno al Chievo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA









