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Questo articolo è stato pubblicato il 08 maggio 2012 alle ore 07:31.

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«Il dogmatismo neoliberale ha fallito e la Grecia è stata un laboratorio di questo esperimento», dice nel suo ufficio ad Atene, Vassilis Primikiris, 60 anni, membro del comitato centrale della segreteria di Syriza, il partito della sinistra radicale che è diventata la seconda formazione greca con il 16,8% dei voti e 52 deputati dal 4,6% del 2009. Un balzo che ha quadruplicato i voti dei sostenitori della formazione.

«Il peso della crisi è stato trasferito dai mercati sulle spalle del mondo del lavoro e dello stato sociale, per smantellare le conquiste ottenute nei Paesi mediterranei con le lotte operaie. La Grecia ha svolto il ruolo di cavia in questo esperimento», spiega tranquillo dopo una notte insonne passata a scrutare i risultati elettorali che hanno cambiato il panorama politico greco. Appeso alla parete, alle sue spalle, campeggia un enorme manifesto di Rifondazione comunista, «partito amico», spiega.

«Noi non abbiamo un progetto di centro-sinistra alla Prodi o D'Alema ma un progetto di alternativa di sinistra. Per questo la gente, stanca dell'alternanza di Nea Dimokratia e Pasok, ci ha votato in massa e ora assistiamo alla fine del bipartitismo, seguita dalla fine del bipolarismo anglosassone. Inoltre con il voto di domenica abbiamo inviato un messaggio alla Merkel e a quelli che come lei hanno voluto l'austerità come unica risposta alla crisi». È diretto e senza fronzoli e ammette di aver pescato voti tra i delusi di destra e di sinistra.

Il giorno dopo il terremoto politico che ha messo all'angolo i due partiti maggiori greci, il conservatore di Nea Dimokratia e il socialista del Pasok, Syriza festeggia e spera di andare al voto entro un mese.

«Abbiamo con il partito comunista ellenico Kke e la sinistra democratica più del 33%, più di quanto il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, ottenne con il partito comunista italiano; mi permetto di osservare che se il Pd italiano non cambia rotta in fretta farà la stessa fine del Pasok greco. Infine sono sicuro che andremo a breve al voto e saremo il primo partito di Grecia».

Chiediamo cosa farebbero se fossero al Governo. «Non rispetteremmo il piano di salvataggio e le misure di austerità connesse e volute da Bruxelles e Fmi; nazionalizzeremmo le banche e, infine, cambieremmo il fisco per mettere fine all'evasione fiscale di massa che fa pesare tutto il carico su dipendenti e pensionati e alla legislazione favorevole agli armatori», spiega in sintesi ricordando che trova scandaloso che né la Commissione né il Parlamento europeo abbia mai trovato il tempo di occuparsi seriamente della crisi economica, delegando il tutto all'ex duo Merkozy.

La questione di fondo del voto di domenica è che la gente appoggia «il rovesciamento immediato delle politiche di austerità» e una revisione del piano di salvataggio finché non esisterà una soluzione europea, per la cancellazione di una grande parte del debito, con «condizioni simili alla regolazione per la cancellazione del debito tedesco nel 1953, dove era prevista una clausola di sviluppo per il saldo del debito rimanente».
Quanto all'Eurozona, questo progetto «finirà presto». Un progetto che ha previsto che la Grecia diventasse «un Paese senza industria e per sole vacanze». Sui prestiti Ue-Fmi, fa notare che dei 185 miliardi di euro messi in campo «non un euro finora è finito nell'economia reale, tutti i fondi arrivati sono stati destinati a salvare le banche greche che un tempo avevano conquistato i Balcani».
(V. D. R.)

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