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Questo articolo è stato pubblicato il 10 maggio 2012 alle ore 06:39.

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HOMS. Dal nostro inviato
All'ingresso di Homs la statua di Hafez Assad imbandierata e tirata a lucido è un segnale di ingannevole normalità. La città, un milione di abitanti, capitale della rivolta, è deserta, un fantasma adagiato nella valle dell'Oronte: qui, a 30 chilometri dal confine libanese, si è combattuto, e si combatte, una battaglia strategica per il controllo della Siria.
Il quartiere di Bab Amro è il simbolo della guerra. Lungo viali asfaltati dalle macerie e piazze che non esistono più, si percorre una città stravolta dove il perimetro urbano disegnato un tempo dagli edifici è una traccia inafferrabile. C'era una volta Bab Amro. È un cumulo di rovine, il teatro di una battaglia divampata con armi pesanti, mortai, lanciarazzi. Ricorda la Linea Verde di Beirut, Misurata in Libia, scorci di Mogadiscio o di Sarajevo, come se due eserciti si fossero affrontati per anni: nessuna casa è stata risparmiata da una violenza inaudita che è stata pagata dalla città con 1.500 morti in otto mesi.
Una leggenda racconta che quando Tamerlano invase la Siria decise di risparmiare Homs in onore delle spoglie, conservate nella moschea di Shari Shoukri, di Khalid Ibn al Walid, condottiero e compagno del Profeta. Bab Amro è stata rasa al suolo da un'orda contemporanea impietosa.
All'Hotel Safir un uomo dei servizi siriani ammette: «Non vada a Khaldiyeh e Hamidiya, quelli sono quartieri fuori controllo, se ne sono andati anche il 90% dei cristiani da Wadi Nasara, che noi musulmani chiamiamo Valle Verde». Sulla mappa aggiungo all'elenco la periferia di Rasta: qui ci sono appena stati tre morti. Una delle vittime è di Tariq Sham, vicino a un campo profughi palestinese. Si dimentica facilmente che in Siria ci sono 600mila palestinesi, oltre a 1,5 milioni di profughi iracheni.
L'agente di Assad elabora la sua versione: «La colpa è dei salafiti, aiutati da libici, africani, jihadisti iracheni e afghani, se la prendevano con gli stessi musulmani oltre che con cristiani e alauiti». Ma qui a Homs, è arrivata la Quarta Brigata comandata da Maher Assad, il fratello minore del presidente Bashar, che ha snidato la guerriglia a cannonate e terrorizzato i civili come un moderno Tamerlano. Eppure, anche dopo avere espugnato Bab Amro, il regime non è riuscito ad annientare l'opposizione.
Accompagno gli osservatori delle Nazioni Unite sulla linea del cessate il fuoco. Raffiche di mitragliatrice dei ribelli del Free Syrian Army, accolgono l'arrivo dei Caschi blu e del comandante della polizia. Anche l'Onu è nel mirino. Da Deraa, città al confine con la Giordania, arriva la notizia che un convoglio con il generale Robert Mood è stato bersagliato da una bomba artigianale: ha colpito un camion di militari siriani e ne ha feriti otto. L'inviato dell'Onu Kofi Annan appare pessimista e ha dichiarato che questa è l'ultima chance di pace.
La tregua sembra un labile intervallo in attesa del secondo tempo della guerra civile e di una possibile deriva all'irachena o algerina.
Il fronte passa in fondo alla Piazza dell'Orologio, nel centro degli affari, un tempo il cuore pulsante di Homs. Gli abitanti lo hanno abbandonato, i palazzi sono sforacchiati dalle granate, le vetrine saccheggiate, le serrande divelte. L'unico segnale di vita è il negozio di frutta di Abdel Jalil, la sua casa nel quartiere di Bab Dreib è assediata dai cecchini e qui gli affitti sono crollati: «Vendo agli abitanti del palazzo e alle famiglie dei profughi cristiani della scuola di fronte». Quando chiediamo se ha visto passare carri armati rimane sul vago: «Sì, forse due-tre giorni fa». Mentre parla su piazza dell'Orologio sfreccia un'ambulanza con uomini armati e un vetro in frantumi.
Quale sia la partecipazione alla rivolta dei vari gruppi religiosi ed etnici non è sempre chiaro. Ma a Homs i ribelli hanno avuto il sostegno della maggioranza sunnita nei quartieri di Bab Amro, Deir Balbeh, Bayadya, Khaldiyeh. Gi alauiti se ne sono tenuti fuori e hanno appoggiato il regime. C'è anche una spiegazione storica. Cristiani e sunniti qui hanno sempre vissuto insieme, mentre gli alauiti, la setta eterodossa degli Assad affiliata ai musulmani sciiti, sono i nuovi immigrati insediati nei quartieri moderni e periferici. Ma ci sono anche linee di divisione di classe e generazionale: giovani ed emarginati si sono rivoltati contro le famiglie per sostenere la guerriglia.
Gli osservatori dell'Onu, che hanno già incontrato i ribelli, tentano di recuperare due cadaveri di civili uccisi alla periferia ma dentro al quartiere di Kusur non lasciano passare neppure l'ambulanza. Non si fidano della Croce Rossa siriana e anche i morti sono diventati un terreno di scontro, come avviene in quasi tutte le guerre civili. Qui c'era una volta Bab Amro, forse c'è ancora Homs, città fantasma, ferita sanguinante di una Siria spezzata dalla violenza.
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