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Questo articolo è stato pubblicato il 22 maggio 2012 alle ore 06:40.

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A Belgrado le elezioni non si vincono nei caffè alla moda e degli intellettuali di Terazije o nella nuova città dello sport e dei divertimenti ma convincendo gli agricoltori della Vojvodina e i disoccupati di Cacak, penetrando in quella Serbia profonda e rurale che diffida delle promesse dei politici. A questa Serbia piace Tomislav Nikolic che ha smussato i toni del nazionalismo più ringhioso e si dichiara europeista ma ogni tanto lucida i ritratti di famiglia con dichiarazioni come queste: «Milosevic non era un criminale, ha fatto soltanto molti errori. Karadzic è un mito, una leggenda».
Del resto il famigerato Vojislav Seselj lo insignì nel ‘91 dell'onorificenza di "vojvoda", duce, dei cetnici. Cose che non si dimenticano, anche se poi Nikolic ha tradito il suo méntore abbandonando i radicali, guidati ora dalla moglie di Seselj, Jadranka, una sorta di Marine Le Pen dei Balcani.
Al presidente uscente Boris Tadic non è bastato farsi fotografare con l'eroe nazionale, il numero uno del tennis Novak Djokovic, per darsi un'immagine vincente, sfilare con gli operai alla Zastava di Kragujevac, il mega investimento della Fiat, e neppure consegnare Ratko Mladic al tribunale per l'ex Jugoslavia in cambio dello status di Paese candidato all'Unione europea: con un astensionismo record (54%) la Serbia militante, che non rinuncia alle rivendicazioni sul Kosovo, lo ha punito, assegnando la vittoria nel ballottaggio (49,8% contro 47) al rivale Tomislav Nikolic, 60 anni, ex braccio destro dell'ultranazionalista Seselj, in carcere da 9 anni all'Aja, ed ex vicepremier di Slobodan Milosevic.
La Serbia non sterza di 180 gradi ma fa i conti con un passato che non passa, con le delusioni di un Paese che sfiora il 25% di disoccupati, a crescita zero, con il dinaro svalutato del 46% e un debito estero di 24 miliardi di dollari: Belgrado non volta le spalle all'Europa, ha assicurato Nikolic, ma forse soltanto perché ha bisogno degli aiuti finanziari di Bruxelles per sopravvivere. I sondaggi che davano Tadic in vantaggio erano un abbagliante riflesso della Belgrado europeista e cosmopolita, un'immagine in cui non si è mai specchiata la Serbia conservatrice e ortodossa.
Hanno sbagliato i sondaggi, sottovalutando i malesseri interni e quelli provenienti dalla confinante Ungheria di Viktor Orban, la corrente carsica dei nazionalismi balcanici, sotto anestesia ma pronti a risvegli improvvisi accompagnati dalla tempesta di euro-pessimismo innescata dalla crisi ellenica. Ha sbagliato soprattutto Tadic che anticipando di nove mesi le dimissioni, per far coincidere presidenziali e politiche, ha fallito clamorosamente l'en plein. Il 6 maggio era arrivata la prima batosta: sui 250 seggi del Parlamento la maggioranza dei seggi (73) oggi è del Partito progressista del neo presidente Nikolic, i Democratici di Tadic ne hanno 68 mentre i Socialisti di Iva Dacic, eredi dell'antica formazione di Milosevic, ne vantano 45. Dacic, ex portavoce di Slobo, promette di mantenere l'accordo per formare una "grande coalizione" di centro-sinistra con Tadic e si profila un governo di "coabitazione" con Nikolic. Ma i socialisti, avendo raddoppiato i voti, faranno valere oltremodo il loro 15% di consensi: senza gli eredi del partito fondato da Milosevic non si governa.
I delfini di Slobo, con una buona dose di trasformismo e di opportunismo filo-europeo, stanno rimontando l'onda lunga della sconfitta della Grande Serbia che li aveva arenati ai margini della storia. Nikolic, ammiratore della Russia di Putin, ha prevalso con una feroce campagna "anti-casta", prendendo di mira i privilegi dei politici e l'area grigia della corruzione negli appalti pubblici, cavalli di battaglia venati di populismo e demagogia che fanno presa sull'elettorato.
Ma sullo sfondo della vittoria di "Toma" Nikolic, fuori dal Parlamento, c'è una Serbia ancora più oscura e indecifrabile, con migliaia di giovani disoccupati delusi dalla transizione democratica che si agitano nello spazio indistinto e confuso dell'antipolitica, della contestazione delle istituzioni, dei gruppi estremisti in rapporti ambigui con la criminalità che occupano gli spalti degli stadi, che sfogano rabbia e frustrazione nelle scritte che inneggiano all'"eroe" Mladic, dalla scorsa settimana sotto processo all'Aja. Sono questi i fantasmi balcanici forse più inquietanti e fuori controllo.
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