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Questo articolo è stato pubblicato il 15 giugno 2012 alle ore 06:39.

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LONDRA. Dal nostro corrispondente
«Yes he Cam...» con questo titolo il tabloid The Sun salutò il discorso di David Cameron all'ultima conferenza del partito conservatore prima delle elezioni del 2010. «Yes he Cam...» erano anche le parole di un sms inviato al premier britannico da Rebekah Brooks, amministratore delegato del gruppo Murdoch in Gran Bretagna, già direttrice del quotidiano popolare. Il messaggio era più articolato e vagamente compromettente svelando i sentimenti politici di Rebekah. «In tutto questo siamo professionalmente insieme», aveva scritto la ex numero uno di News International.
David Cameron ha mostrato sangue freddo nel gestire l'udienza a lui dedicata della Leveson inquiry, ovvero il "processo" alle relazioni tra media e politica. Esposto senza pietà al pubblico ludibrio ha dovuto parare, con scarso successo, pallettoni di fango usciti dalle carte di un'indagine che non ha valore giudiziario, ma un devastante impatto per i legami fra il gruppo di Rupert Murdoch e i governanti inglesi dell'ultimo ventennio. Su Cameron in particolare. Nel suo caso le relazioni sono più vicine, più frequenti, più compromettenti. Ha ammesso di aver incontrato il tycoon, prima di diventare capo del Governo, almeno 10 volte, il figlio James almeno 15, Rebekah 19, senza contare i week end e le vacanze. Una frequentazione intensa proseguita, in parte, dopo la vittoria elettorale. Ma tutto questo secondo Cameron non significa nulla. Non ci fu voto di scambio, ovvero sostegno dai media del gruppo in cambio di politiche favorevoli al gruppo. «Certo - ha detto, ripetuto, puntualizzato il premier - io cercavo il supporto dei giornali, ma non è affatto vero che questo significhi l'adozione di proposte politiche compiacenti».
Uno dei punti dolenti è la Bbc che i Murdoch consideravano concorrente agguerrito. Cameron ha rigettato il sospetto di aver spinto per scelte contro la Bbc. E sull'essere «professionalmente insieme», ha dato la sua interpretazione dei fatti. Rebekah Brooks, amica di lunga data, intendeva dire - secondo il premier - che «il Sun aveva fatto scelte politiche in linea con quelle promosse dai Tory» e non viceversa. «No - ha insistito - non c'è stato nessun patto coperto o scoperto con i media». Ha liquidato come «insensate» le accuse che gli ha mosso l'ex premier Gordon Brown e si è chiamato fuori da ogni accusa per la scelta di Andy Coulson, ex direttore del News of the World, come suo capo ufficio stampa. Cercavo qualcuno che venisse dal mondo dei tabloid, ha argomentato aggiungendo «di aver avuto successive assicurazioni sul fatto che le intercettazioni telefoniche non fossero avvenute durante la direzione di Coulson».
L'auto-difesa è stata acrobatica perché la conoscenza del premier con il pianeta Murdoch è evidente e profonda. Ancor più delicata, politicamente, la difesa del ministro Jeremy Hunt, indiziato di aver agevolato davvero il tentativo di NewsCorp di scalare la pay tv BskyB. Cameron non ha rinunciato a fare quadrato, precisando che «nessuno gli ha mai fornito una prova che il ministro della Cultura non fosse la persona adatta» a svolgere il lavoro, ovvero a decidere se NewsCorp poteva acquisire la tv. La performance del premier è stata appassionata, l'esito non affatto convincente. Su Cameron il "sospetto" non è fugato.
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