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Questo articolo è stato pubblicato il 28 giugno 2012 alle ore 06:39.

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La primavera siriana è diventata guerra senza quartiere e si combatterà con ogni mezzo, ha annunciato Bashar Assad che dal suo palazzo in cima alla collina rocciosa che sovrasta Damasco può sentire distintamente i colpi di artiglieria tra i lealisti e la guerriglia. È una sensazione nuova anche per lui che forse comincia a percepire la sindrome dell'assedio, da un anno la devastante condizione degli abitanti di Homs, Hama, Deir ez Zhour, Daraa, le città fantasma di questo conflitto.

Il fatto più rilevante è che nel marzo scorso, quando le truppe governative entrarono nel quartiere di Bab Amro a Homs, raso al suolo da tre mesi di combattimenti, si pensava che il Free Syrian Army avesse imboccato la parabola discendente non soltanto nel cuore della Siria ma anche nel resto del Paese e alla periferia della capitale. I lealisti sembravano in grado di riprendere il controllo di intere città e dei sobborghi di Damasco, dove oggi la popolazione di notte è tenuta sveglia da raffiche di mitragliatrice e colpi di granata. Bashar Assad, allampanato erede del padre Hafez che per 40 anni ha tenuto in pugno il Paese, forse per una volta non ha mentito: questa è una guerra.

L'opposizione armata guadagna terreno, le sue azioni si fanno più audaci. Sette morti ieri, tre giornalisti e quattro guardie, in un'operazione di un commando che alla periferia di Damasco ha disintegrato gli studi della tv satellitare filo-regime al-Ikhbariya. L'episodio, condannato anche dagli Stati Uniti, è stato definito un attentato terroristico dei ribelli da parte del ministro dell'Informazione.

Gli insorti sostengono un'altra versione: l'attentato è stato condotto da disertori della Guardia Repubblicana, un corpo d'élite, considerato tra i fedelissimi. Se fosse vero sarebbe un duro colpo all'immagine del regime alauita e alla solidità del sistema di sicurezza di Bashar, «la cui capacità di resistenza viene comunque sottovalutata», secondo Paulo Pinheiro, capo della commissione Onu che indaga sulla Siria.

Quella dei media, su entrambi i fronti, è una guerra che divampa su larga scala, dagli organi ufficiali ai social network dove l'informazione è spesso manipolata con notizie distorte, difficili se non impossibili da verificare. Anche le Nazioni Unite sono giunte a conclusioni contraddittorie nella loro inchiesta sul massacro di Houla dove in maggio scorso furono uccise oltre 100 persone di cui la metà bambini: l'Onu non è in grado di indicare gli autori della strage ma accusa «i lealisti del governo di essere responsabili di molti morti».

Lontano dal massacro siriano la diplomazia internazionale si gioca la carta di una conferenza di ministri degli Esteri che si terrà sabato a Ginevra: partecipano i Cinque del Consiglio di Sicurezza più Turchia, Iraq, Emirati e Qatar, per loro il ruolo nella Lega Araba. La Russia ha accettato così l'esclusione dell'Iran, la cui partecipazione era appoggiata anche dai vertici dell'Onu. Secondo l'Occidente è una potenza troppo coinvolta per tornare utile in una mediazione: è certamente vero in quanto sostiene gli Assad da decenni ma nessuno degli Stati presenti al vertice è neutrale e quasi tutti sono coinvolti nell'appoggio diretto alla guerriglia.

A Ginevra l'inviato speciale dell'Onu Kofi Annan spera di poter resuscitare il suo piano che finora è naufragato: il cessate il fuoco non è mai realmente esistito e anche gli osservatori sono bloccati nei loro alberghi. Si punta a esaminare quali possano essere le opzioni politiche per un'uscita da una crisi che secondo il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi, ieri in Libano, può debordare dai confini siriani. La primavera araba, dopo la caduta di Ben Alì e Mubarak, è stata seguita dal massacro della Libia e il linciaggio di Gheddafi: la violenta deriva siriana promette di somigliare più agli annosi conflitti del Libano o dell'Iraq che a una sfibrante transizione di potere come è avvenuto in Yemen.
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