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Questo articolo è stato pubblicato il 12 luglio 2012 alle ore 06:38.

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ROMA
«Mi auguro che sulla legge elettorale si arrivi a un'intesa o comunque a un confronto conclusivo nella sede parlamentare». Giorgio Napolitano, due giorni dopo la lettera ai presidenti delle Camere in cui invitava il Parlamento a procedere alla riforma del Porcellum anche a maggioranza, è tornato ieri a spronare le forze politiche. «Io non ho notizie di accordi tentati, conseguiti, conseguiti in parte o falliti – ha detto il Capo dello Stato da Lubiana, in Slovenia, rispondendo alle domande dei giornalisti sulla sua iniziativa di lunedì –. Perciò mi sono rivolto ai presidenti delle Camere chiedendo anche a loro uno sforzo di persuasione verso le forze politiche».
L'iniziativa del Capo dello Stato ha in effetti smosso le acque in Parlamento, anche se le posizioni di Pdl e Pd restano al momento molto distanti. Ieri il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Carlo Vizzini, socialista, ha nominato il comitato ristretto che avrà l'arduo compito di riformare il Porcellum: il relatore Lucio Malan (Pdl) e il correlatore Enzo Bianco (Pd), e per i partiti maggiori Gaetano Quagliariello (Pdl), Luigi Zanda (Pd), Gianpiero D'Alia (Udc) e Roberto Calderoli (Lega). Nomine che fanno ben sperare. Quagliariello, oltre ad aver elaborato con Zanda una condivisa riforma dei regolamenti del Senato ora in Giunta per i regolamenti, ha seguito nei mesi scorsi le trattative sulla legge elettorale con il democratico Luciano Violante e con il centrista Ferdinando Adornato fino a siglare una bozza di accordo basata sul modello ispano-tedesco: 50% di collegi uninominali maggioritari e 50% di proporzionale con liste bloccate e soglia di sbarramento al 5%; piccole circoscrizioni alla spagnola per accentuare l'effetto maggioritario in favore dei partiti più grandi; premio di governabilità del 10% al primo partito. Da parte sua Bianco è l'autore di una bozza di riforma elettorale sempre basata sul modello ispano-tedesco che alla fine del 2007 fu votata in commissione da Pd, Fi, An e Udc. Sia Malan sia Bianco ammettono che negli ultimi anni le uniche bozze condivise ruotano attorno al modello ispano-tedesco, e questo sarà con ogni probabilità la base per iniziare la discussione. Ma nessuno se la sente di fare previsioni. «È la prima pagina di un libro giallo di cui non so se leggerete la fine», ammette il presidente della Commissione Vizzini. «È un romanzo aperto – commenta Malan proseguendo nella metafora letteraria –. Ma sono ottimista». Bianco va giù duro: «La riforma elettorale dobbiamo farla per forza, o il prossimo Parlamento sarà delegittimato».
Le posizioni tuttavia sono al momento rigide su due punti fondamentali: preferenze e premio di maggioranza. Silvio Berlusconi è per le preferenze (non per i collegi) e per un premio di maggioranza al primo partito (non alla coalizione). In favore delle preferenze si è schierato anche Pier Ferdinando Casini. Mentre il Pd ha messo il veto sulle preferenze, preferendo i collegi, e vuole un premio di maggioranza alla coalizione. Come uscirne? Che qualcosa vada fatto è ormai l'opinione dei più. «Qualunque riforma, comprese le preferenze, è migliore del sistema di nomine previsto dal Porcellum», dice Bianco rompendo il tabù del niet alle preferenze. Ma non è solo la questione delle liste bloccate a non funzionare nel Porcellum, nota sempre Bianco: bisogna razionalizzare la soglia di sbarramento, senza sconti per i piccoli partiti che si alleano, e introdurre una soglia per far scattare il premio di maggioranza. Ed è proprio un restyling del Porcellum sulla scia della proposta D'Alimonte l'arma di riserva del Pd, magari da tirare fuori in corner, a pochi mesi dal voto. «Si andrà per le lunghe», scommette un dirigente di Largo del Nazareno. Di certo Pier Luigi Bersani, favorito alle urne, non accetterà mai il proporzionale con le preferenze che ha in mente Berlusconi senza conservare un congruo premio di maggioranza. La partita è appena iniziata.
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