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Questo articolo è stato pubblicato il 26 agosto 2012 alle ore 19:39.
Negli ultimi venti anni anche i più e le più ignoranti di tecnologia sono cresciuti sentendo la stessa storia: Bill Gates era il mediocre di successo, il rapace imprenditore che crea il monopolio Windows, il classico capitalista che fornisce a chi non sa la differenza tra hardware e software, pc instabili, preda di virus, fatti apposta per essere presto sostituiti. Steve Jobs era invece il genio irregolare, il sognatore-innovatore che crea prodotti belli, resistenti, pensati per gente che ama la tecnologia e la capisce. Due modi opposti di intendere il computer: «uno grigio, ottuso e spregiudicato, l'altro elegante, creativo e poetico». Una rivalità che fa bene più al racconto che alla realtà mentre nella Silicon Valley avanza un nuovo star system - il figlio di rifugiati russi Sergey Brin crea Google e quello di un dentista di White Plains, Mark Zuckerberg, s'inventa Facebook a scapito dei ricchi compagni di Harvard.
Il tempo dei due padri della tecnologia di massa è passato: Jobs è morto, Gates ha lasciato la presidenza di Microsoft a 52 anni e fa il filantropo a tempo pieno. Eppure si continua a parlar di loro: hanno cambiato il modo di vivere dell'Occidente nel XX secolo, le loro scelte influenzano la cronaca di oggi (Apple è ora accusata da Samsung di non credere nell'innovazione), il duello Gates-Jobs diventa storia; si cerca di capire com'è andata. Capita così che quelli chi hanno sempre amato la tecnologia - e sognavano il commodore più della fidanzata delle medie - crescano e si facciano una domanda: ma alla fine non è che fra i due il migliore era il famigerato Gates? È capitato a Fabio De Ponte, giornalista, esperto di informatica, appassionato di intelligenza artificiale: dopo aver appeso la kefiah al chiodo e scritto nel giugno 2011, prima degli altri, «La mela bacata. Le contraddizioni del sogno di Steve Jobs», De Ponte torna sempre per Editori Riuniti con «Bill Gates. Le due vite dell'uomo che ha creato Windows». Dopo il libro-inchiesta sul padre di Apple - severa radiografia di una vita e una carriera scritta da un innamorato deluso - la continuazione non poteva che essere capire la storia personale e professionale di Bill "il cattivo".
La conclusione, un bagno di realtà: i due sono stati uniti da un lungo matrimonio di interesse, come tale chiaccherato ma solido. Un legame che è convenuto di più al puro, lo Steve dai maglioncini girocollo sexy che ammise subito: «la guerra dei pc è finita: hanno vinto loro» e cercò di capire come allearsi con il vincitore. Il consorte Bill - il cui look è così spiegato dalla ex fidanzata Ann Winblad «sua madre aveva l'abitudine di coordinare i colori dei suoi vestiti, perciò lui si veste beige un giorno e verde il successivo. A volte sbaglia taglia» - ne ha solo tratto i giusti vantaggi.
Nel libro si racconta la gioventù spericolata di Bill, il rapporto con Allen che lo tira fuori di galera ad Albuquerque, le figure di Richard Stallman e Linus Torvalds, programmatori-miti per una generazione di nerd ora vicina ai 40 anni. La genialità del giovane Gates che ad Harvard riuscì a risolvere un problema matematico a base di frittelle fino a quel momento insoluto. Il suo amore per il fisico Feynman e la consapevolezza di dover monitorare il mondo, da qui l'idea della think week la settimana in cui il grande capo staccava tutto per leggere e capire. Un modo originale d'intendere la monogamia: alla moglie Melinda, già sua segretaria, chiede il permesso di fare una vacanza con Ann Winblad, ex fidanzata più vecchia di lui di cinque anni a cui rimane legato, a cui chiede l'approvazione per sposarsi, di cui conserva la foto sulla scrivania accanto a quella di moglie e figli. Non solo il suo menage ricorda trame di Woody Allen, anche le sue riflessioni: «in termini di allocazione delle risorse di tempo la religione non è molto efficiente. Potrei fare molte più cose la domenica mattina». O anche: «Analiticamente direi che la natura ha fatto un buon lavoro rendendo il crescere i figli più un piacere che una pena. Pensavo che non mi sarei interessato a mia figlia finché non avesse compiuto due anni e non avesse potuto parlare. Invece mi ha coinvolto completamente. Ha appena iniziato a dire "ba-ba" e ha già una personalità».
Alla fine di 212 pagine che sono la storia di Gates ma anche dell'informatica e dei suoi protagonisti - in cui ovviamente si raccontano le zone d'ombra della gestione dell'azienda e le contraddizioni dellla fondazione che porta il nome suo e della moglie Melinda oltre che la nascita del mouse e del linguaggio Dos - Gates è il cattivo che nella sua seconda vita diventa francescano. Non più "imperatore invincibile" ma uno che ha seguito le regole poco gentili del mondo in cui ha scelto di primeggiare. Jobs invece «da militante della controcultura ha finito per incarnare il Grande Fratello pur conservando, o forse proprio per questo rafforzando, la sua aurea profetica».
Insomma Kill Bill, Gates il dittatore, ha fatto lo squalo senza travestirsi da santo. Quando torna dopo un periodo fuori dal gruppo che sta facendo nascere Microsoft dice ai compagni: «Guardate, se mi volete di nuovo dentro devo essere io il capo. Ma questa è una cosa pericolosa, perché se lo fate adesso, dopo vorrò esserlo per sempre». Dal paziente lavoro di ritagli, interviste, discorsi, video Youtube che ricostruiscono i passaggi di due percorsi simmetrici, Jobs risulta campione di realismo che sa vendere sogni: De Ponte racconta il Macworld Expo di Boston quando Steve annuncia che Internet Explorer sarebbe stato il browser predefinito: «i fischi coprirono la sua voce». Lui in difficoltà arringò così il pubblico: «Dal momento che crediamo nella libertà di scelta, continueremo a distribuire anche altri browser sul Macintosh in modo che se gli utenti vogliono, possono cambiarlo».
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