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Questo articolo è stato pubblicato il 31 agosto 2012 alle ore 06:37.

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TAMPA. Dal nostro inviato
Repubblicani di destra? No, americani. I valori americani non sono quelli dello statalismo, dell'assistenzialismo, del mercato sociale all'Europea, i valori dunque, di Barack Obama, ma sono i valori dell'individualismo, della meritocrazia, del libero mercato dello spirito pionieristico. Così Mitt Romney ieri notte in chiusura di questa convention repubblicana di Tampa ha cercato sul piano politico di collocare il suo "Credo americano" al "centro", nel cuore degli elettori. Ma ha anche cercato di spiegare se stesso, l'enigmatico Mitt, che a troppi non piace. Lo ha fatto aprendosi, cercando di uscire dalla "legnosità" che troppo spesso lo definisce e raccontando la sua fede religiosa, il mormonismo, visto con sospetto da molti nel "mainstream America" e di cui finora, da candidato, ha parlato pochissimo. Infine, l'affondo per garantirsi il voto della Florida, uno degli stati chiave in queste elezioni. Ieri notte prima di Romney e prima della gigantesca cascata di palloncini hanno parlato tre grandi notabili del "Sunshine State": l'ex senatore Connie Mack, l'amatissimo ex governatore Jeb Bush, e il giovane senatore Marco Rubio, beniamino dei Tea Parties, che lo ha presentato a una platea in fiamme.
Alla fine però Romney si è trovato da solo. Senza rete, davanti a questa platea di decine di migliaia di persone e davanti ai milioni di americani che lo hanno messo in microscopio seguendolo in televisione per giudicarlo come persona oltre che come leader politico. Per questo Romney ha cercato di sovrapporre il messaggio politico a quello legato alla sua persona: se il centro dei valori americani poggia sul capitalismo e sul libero mercato, lui sarà il presidente che meglio di chiunque altro rappresenta questi valori. Certamente di gran lunga meglio di Barack Obama.
È partendo da questo presupposto, da questa identificazione di se stesso con i valori tipicamente e forse unicamente americani che ha recitato il suo "Credo Americano": «Crediamo nell'America nonostante le difficoltà. Crediamo nell'America anche se milioni di persone sono preoccupate per il loro lavoro per le loro famiglie, per il loro futuro. Crediamo nell'America nonostante le politiche fallimentari di Barack Obama ci abbiano messo in ginocchio e nella peggiore condizione economica dalla grande depressione. Crediamo nell'America che può migliorare perché il declino non è il nostro destino», recitavano degli estratti inviati dalla campagna Romney poco prima del discorso, terminato dopo la chiusura di questa edizione.
La virata di Romney dunque, a partire da ieri sera, è una virata verso il centro. Verso un centro secondo lui tipicamente americano, un centro ridefinito da Ronald Reagan ma sposato da un presidente democratico come Bill Clinton e dimenticato da Barack Obama che ha invece virato a sinistra con mille formule di interventismo ora sociale, ora assistenziale ora economico con proposte di nuove regole, nuovi controlli, nuovi programmi sociali e nuove tasse.
C'è da dire che l'America è in effetti fondata su un "core value" che riflette il messaggio di Romney per l'individualismo, il libero mercato, la concorrenza. E c'è da osservare che molti americani sono delusi dai quattro anni di Obama. Ma per Romney ci sono ancora molti ostacoli da superare. Il più difficile, quello della composizione dell'elettorato. Due stati importanti, il Michigan – grazie al pacchetto di aiuti per il settore auto – e l'Ohio - che continua a guardare con sospetto Romney -, restano oggi marginalmente a vantaggio di Obama. Ron Brownstein, uno dei più autorevoli pollster americani, ci ha ricordato ieri mattina in un incontro alla Chophouse di Ybor City che la componente demografica è contro Romney. E la statistica parla chiaro: Obama dovrebbe ottenere l'80% del voto delle minoranze ma solo il 40% del voto bianco mentre Romney punta al 61% del voto bianco che conta per il 74% del voto nazionale. Alla fine, dopo le mille analisi, le trovate di immagine, gli spot televisivi, i discorsi alle convenzioni, Romney dovrà fare il possibile per migliorare la sua posizione nei confronti del voto delle minoranze e per garantirsi che il voto bianco – e soprattutto quello delle donne single che lavorano, favorevoli a Obama – si sposti anche solo marginalmente a suo vantaggio. Da oggi la partita per la Casa Bianca 2012 si sposta verso il centro. Ora toccherà a Barack Obama e ai democratici: faranno anche loro di tutto per occuparlo, questo centro politico rivendicato dai due estremi. Lo faranno, partendo da sinistra e cavalcando i tradizionali valori di solidarietà e tolleranza che hanno fatto anche loro la storia di questo Paese. E difatti per Romney c'è oggi il 47% delle preferenze, per Obama il 46%: una corsa ancora apertissima e stretta.
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