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Questo articolo è stato pubblicato il 28 settembre 2012 alle ore 14:08.

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Sì, no, forse sì, meglio di no. La Rai ha deciso di alzare il muro sugli sport violenti in tv. Niente più pugilato in prima serata: per intenderci, troppa violenza, è diseducativo, non si fa. Il pubblico dei giovanissimi potrebbe ripetere nella vita di tutti i giorni quanto visto davanti allo schermo. Le scazzottate tra compagni di scuola, lasciano intendere da Viale Mazzini, nascerebbero anche da qui, da un'educazione distorta impartita dai canali di Stato. Si volta pagina, una volta per tutte e per il bene di tutti, grandi e piccoli. La decisione della Rai ha già avuto i primi effetti: il campionato femminile di boxe sarebbe dovuto andare in onda ieri alle 20,45, ma è stato spostato a domenica, seconda serata, ore 22,30. Tutto torna.

E invece, no. Perché dopo aver visto il polverone sollevato dalla diffusione della notizia, la Rai interviene sull'argomento con una nota che spiega che abbiamo capito male, che la stampa ha scambiato un banalissimo cambio di programmazione con una rivoluzione sociale. «Non c'é alcuna disposizione che vieti la trasmissione sui canali Rai Sport 1 e Rai Sport 2 di discipline sportive, tra l'altro anche olimpioniche, come la boxe, il judo, il karate – scrivono i dirigenti della tv di stato -. Lo spostamento della messa in onda del Campionato Italiano di Pugilato in seconda serata, invece che in prima, tra l'altro un evento registrato, è stata una scelta che nulla ha a che vedere con questioni legate a fascia protetta o presunta violenza dello sport in questione».

Peccato che a pensare male (sempre maliziosi questi giornalisti) siano anche i massimi esponenti dello sport italiano. Primo tra tutti il presidente del Coni, Gianni Petrucci, che interviene sul tema con parole dure e definitive: «Apprendo con incredulità e sbigottimento che la Rai ha deciso di non trasmettere più in prima serata sport olimpici come pugilato, judo, lotta e taekwondo, per un presunto e incomprensibile rispetto delle ‘fasce protette' e per tutelare i minori – arringa il numero 1 del Coni, che rilancia -. Si tratta di un atto gravissimo e inaudito, per il quale chiedo al presidente Tarantola, al direttore generale Gubitosi e al direttore di Rai Sport De Paoli un immediato cambio di strategia perché tale decisione rappresenta un affronto alla storia dell'olimpismo e dello sport italiano, nonché l'esatto contrario di quello che viene normalmente definito "servizio pubblico".

Ecco, il "servizio pubblico". Quello che dovrebbe garantire ad un pubblico pagante la copertura delle informazioni e dei servizi oggettivamente utili e necessari alla collettività, perché formativi, perché educativi, perché parte di un universo culturale che deve, meglio, dovrebbe trovare rappresentazione in una tv di Stato. Quello che viene sbandierato ogni volta che occorre cercare un equilibrio tra la quantità di parole spese da un politico piuttosto che da un suo avversario. La Rai vuole alzare l'asticella del buon gusto in televisione. Gesto e prospettiva nobile, da rispettare e da sottolineare, sebbene le prime vittime di questo nuovo (?) corso siano sport olimpici che insegnano da generazioni a rispettare il prossimo. Via il judo, dentro i reality show, la cronaca del dolore e le sue dirette o indirette filiazioni. Nino Benvenuti, campionissimo del pugilato italiano che fu, ha commentato così la notizia: «Ai miei tempi, davanti a una cosa del genere, sarebbe accaduta una rivoluzione». Come dire, poteva andare meglio.

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