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Questo articolo è stato pubblicato il 01 ottobre 2012 alle ore 11:04.

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Il gruppo punk femminista delle Pussy Riot. (Ap)Il gruppo punk femminista delle Pussy Riot. (Ap)

Tornano ad accendersi i riflettori sulle Pussy Riot, le tre ragazze condannate a due anni di carcere per aver profanato, nel febbraio scorso, l'altare della Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, invocando l'uscita di scena di Vladimir Putin. "Teppismo motivato da odio religioso": difficile immaginare che il processo d'appello - riaperto lunedì nella capitale russa - possa rovesciare una sentenza considerata da buona parte dei russi troppo severa.

"La corte non è indipendente - ha chiarito alla vigilia Mark Feigin, avvocato della difesa - e immaginare che prenda una decisione basata sulla legge è pura fantasia". Una sorpresa è però venuta quando una delle ragazze, Ekaterina Samutsevich, ha respinto lunedì la difesa degli avvocati per "posizioni non coincidenti". Di conseguenza l'appello è stato aggiornato al prossimo 10 ottobre.

Il legame tra Chiesa e Stato
Criticata per non aver mostrato clemenza, e per un legame troppo stretto con lo Stato, la Chiesa ortodossa del Patriarca Kirill si è detta disponibile al perdono solo in caso di pentimento di Masha, Katja e Nadja, riconoscimento di colpa che gli avvocati escludono: in carcere da febbraio, le Pussy Riot hanno sempre negato l'accusa, spiegando di aver voluto lanciare un attacco al sistema politico senza voler offendere la sensibilità religiosa dei credenti.

Parlando di pentimento, del resto, il portavoce della Chiesa Vladimir Legoida sembrava riferirsi più alle conseguenze spirituali del gesto che a una possibile revisione della pena: "La Chiesa desidera ardentemente il pentimento di chi ha violato un luogo sacro - ha detto domenica Legoida - certamente farebbe del bene alle loro anime. Se dalle loro parole trasparisse il rimorso vorremmo che non passasse inosservato, e che chi ha violato la legge avesse la possibilità di redimersi".

La clemenza di Medvedev
E mentre Putin ripete di non avere alcuna intenzione di interferire con le decisioni della magistratura, l'unico barlume di speranza per le ragazze sarebbe potuto venire da Dmitrij Medvedev, ora primo ministro. Le Pussy Riot dovrebbero essere liberate, ha detto nei giorni scorsi. Ma ormai, mentre a Mosca si moltiplicano le voci di una spaccatura tra Medvedev e l'onnipotente Putin, le possibilità che il premier possa influire sul verdetto sembrano davvero limitate.

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