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Questo articolo è stato pubblicato il 14 novembre 2012 alle ore 06:39.

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ROMA
Questa volta sulla riforma della diffamazione sembra proprio essere stata scritta la parola fine. A sorpresa è passato ieri al Senato, a scrutinio segreto e con parere contrario anche del governo, un emendamento della Lega, appoggiato anche dall'Api, che dà al giudice la possibilità di infliggere, come pena massima, la reclusione fino a un anno per chi è condannato per diffamazione a mezzo stampa. Di fatto la pietra tombale sull'accordo tra Pdl e Pd che giovedì scorso aveva ottenuto il via libera in commissione Giustizia: no al carcere per i giornalisti, pena pecuniaria massima fino a 50mila euro.
La legge è «su un binario morto», ha sintetizzato Filippo Berselli, relatore Pdl alla riforma. Proprio Berselli, insieme ai capigruppo di Pdl (Maurizio Gasparri) e Pd (Anna Finocchiaro), aveva lavorato al nuovo testo, dopo che già una vecchia intesa era naufragata sulla questione della pena accessoria dell'interdizione dalla professione giornalistica. Una terzo accordo sembra un miraggio. Inoltre, i tempi per approvare una nuova legge che eviti il carcere al direttore del Giornale Alessandro Sallusti stanno scadendo. Condannato in via definitiva per diffamazione a 14 mesi di reclusione, Sallusti lunedì prossimo dovrebbe finire in carcere.
Eppure, nel pomeriggio di ieri, la votazione sui primi emendamenti aveva sorriso al nuovo testo. Bocciate o ritirate le modifiche che mettevano in discussione i pilastri della riforma, Berselli aveva dato parere favorevole a sei modifiche che riguardavano di fatto piccole limature (veniva meglio specificata l'entità della rettifica e il tipo di comunicazione della sanzione all'ordine dei giornalisti).
Poi è toccato all'emendamento della Lega che dava al giudice la possibilità di indicare come pena massima anche la reclusione fino a un anno (l'attuale legge stabilisce un limite fino a 6 anni). Gli stessi senatori della Lega, ottenendo il consenso anche di colleghi dell'Api, hanno poi raccolto le 20 firme necessarie per chiedere lo scrutinio segreto. Il voto ha premiato la norma con 131 sì, 94 no e 20 astenuti (che al Senato valgono come voto contrario). Coperti dai riflettori, a favore si sono espressi ben più senatori di quelli di Lega e Api.
Duri i commenti. Per Gasparri «è discutibile nascondersi dietro il voto segreto», che pure è «legittimo». E chi lo ha fatto «rischia così di far rimanere in vigore le leggi vigenti». Gianpiero D'Alia (Udc) ha parlato di «un segnale di vendetta che disonora il Parlamento». Anna Finocchiaro ha affermato che il voto «è stato usato come rappresaglia contro la libertà di stampa. A questo punto si impone che il provvedimento venga ritirato», ha ammonito l'esponente democratica. Di «pagina vergognosa» ha parlato dal canto suo il sindacato dei giornalisti (Fnsi). «L'unica soluzione possibile» per il ddl «è affossarlo definitivamente». «Nessun rischio galera, ma è stata un'iniziativa della Lega per far riflettere su un tema liquidato con troppa superficialità e fretta», ha detto il segretario della Lega Roberto Maroni. Il presidente del Senato Renato Schifani ha sospeso i lavori e convocato per oggi alle 12.30 la riunione dei capigruppo per decidere le sorti di una norma che paiono segnate.
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NORME ALLO SPECCHIO

La legge in vigore
Nel caso di diffamazione a mezzo stampa con attribuzione di fatto determinato si applica una pena carceraria tra 1 e 6 anni e una multa
L'accordo Pdl-Pd
La commissione Giustizia al Senato aveva approvato giovedì scorso un nuovo testo, in base all'intesa Pdl-Pd che, in caso di diffamazione a mezzo stampa, eliminava il carcere per i giornalisti e stabiliva solo una pena pecuniaria massima di 50mila euro
L'emendamento della Lega
Ieri l'aula del Senato ha approvato, a scrutinio segreto, un emendamento a firma Lega che dà la possibilità al giudice, in caso di condanna per diffamazione, di applicare come sanzione massima un anno di carcere

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