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Questo articolo è stato pubblicato il 04 dicembre 2012 alle ore 06:40.

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ROMA
La strada è stata aperta ma bisogna vedere se e come è percorribile. I tempi non saranno brevissimi: per sapere se il Quirinale si muoverà sulla strada della grazia al direttore del Giornale Alessandro Sallusti – condannato a 14 mesi di carcere per diffamazione aggravata – bisognerà anzitutto attendere l'esito del processo per direttissima in programma giovedì, in cui Sallusti (nel frattempo in custodia cautelare al domicilio della compagna Daniela Santanchè) è imputato di evasione, essendosi sottratto alla misura alternativa della detenzione domiciliare. Un'altra condanna (seppure non definitiva) sarebbe un ostacolo sulla via della clemenza, un'ulteriore complicazione. Ne hanno parlato domenica il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il ministro della Giustizia Paola Severino, esplorando anche la strada di un rilancio in Parlamento della norma (affossata dal Senato) contro il carcere ai giornalisti, o ripescando alla Camera la proposta Pdl Costa-Pecorella (che potrebbe essere approvata almeno in sede legislativa e mandare un segnale) oppure utilizzando treni già in corsa come il ddl sulla «particolare tenuità del fatto» (che comporta l'estinzione del reato), approvato in commissione mesi fa, all'unanimità, ma altrettanto unanimamente sepolto in aula.
Nell'incertezza politico-parlamentare, l'ipotesi di risolvere il caso-Sallusti per via legislativa appare difficile. Ma poiché da lì è esploso in Europa il caso-Italia (unico paese che prevede il carcere per i giornalisti), il Colle vuole verificare gli spazi della grazia poiché la questione impone «la responsabilità di tutti». Tuttavia, ancora non è stata aperta un'istruttoria, né al Quirinale né al Ministero.
Dal 2006 (dopo la sentenza della Consulta sul caso Bompressi), il potere di grazia spetta solo alla Presidenza della Repubblica (tant'è che al Quirinale fu aperto un apposito ufficio) e il ministero della Giustizia funge da "passacarte", con l'obbligo di controfirma del decreto. Finora la clemenza non è stata chiesta né da Sallusti né dal difensore né da parenti. Il Capo dello Stato può anche muoversi motu proprio, non senza aver acquisito il parere della "vittima", il giudice Giuseppe Cocilovo diffamato dall'articolo incriminato ma, in quanto magistrato di sorveglianza, non amante del carcere a tutti i costi.
«Adesso è possibile la grazia – ha detto il segretario della Fnsi Franco Siddi –. Nel caso specifico, per com'è nata questa vicenda, i giudici hanno applicato la legge in maniera forse, secondo alcuni, sproporzionata. Oggi siamo in presenza di una sentenza che la Procura ha cercato di rendere esecutiva nella maniera più umana possibile». Per Siddi, «la prima forma di riparazione» per il giornalista che diffama è la rettifica, «che deve essere documentata». Se poi il giornalista vuole diffamare a prescindere, «dovrà pagare sanzioni proporzionate al fatto. Ma purtroppo questo non rientrava nella propaganda parlamentare e quindi non si è fatto».
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LE DUE OPZIONI

La concessione della grazia
Per sapere se il Quirinale si muoverà sulla strada della grazia al direttore del Giornale Alessandro Sallusti – condannato a 14 mesi di carcere per diffamazione aggravata – bisognerà anzitutto attendere l'esito del processo per direttissima in programma giovedì, in cui Sallusti è imputato di evasione, essendosi sottratto ai domiciliari
La via parlamentare
Difficile un rilancio in Parlamento della norma (affossata dal Senato) contro il carcere ai giornalisti, o il ripescaggio alla Camera della proposta Pdl Costa-Pecorella oppure utilizzare il Ddl sulla «particolare tenuità del fatto» (che comporta l'estinzione del reato)

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