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Questo articolo è stato pubblicato il 28 dicembre 2012 alle ore 06:39.

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Il conflitto in Siria sta mettendo in luce il fallimento della violenza di stato come strategia per preservare un regime ma anche le enormi difficoltà a immaginare una possibile transizione. Di tutte le crisi della cosiddetta primavera araba questa è la più tragica e quella con maggiori implicazioni internazionali: la Siria è diventata un ring grondante di sangue dove si combatte, con le armi vere e con quelle della diplomazia, l'ultimo conflitto della nuova guerra fredda tra Oriente e Occidente.
Le contraddizioni emerse nei due campi sono lancinanti e impediscono una soluzione politica. L'opposizione si lamenta che non vengano fornite armi a sufficienza per abbattere il regime, i lealisti puntano sulla tesi del complotto fomentato dall'esterno per giustificare ogni genere di nefandezza. Non occorre essere dei negromanti della politica per intravedere quanto potrebbe accadere dopo la caduta di Bashar Assad: la lezione irachena del decennio scorso non dovrebbe essere passata inosservata.
Con i veti a ripetizione opposti dalla Russia e dalla Cina al Consiglio di Sicurezza, Mosca e Pechino si sono rifiutate di trovare un'alternativa a un regime che aveva dimostrato di non sapersi riformare. L'Iran naturalmente ha rafforzato questa posizione perché gli Assad e la cerchia degli alauiti, una setta eterodossa assimilata agli sciiti, sono da oltre 30 anni il maggiore alleato nella regione di Teheran e degli Hezbollah libanesi: Bashar ha rifiutato l'anno scorso una montagna di dollari _l'equivalente di tre anni del bilancio siriano _ offerti dalle monarchie del Golfo per troncare i legami con la repubblica islamica degli ayatollah. I russi hanno continuato a fornire armi e consiglieri militari, l'Iran e gli Hezbollah un sostegno politico e di intelligence che sta costando loro una certa popolarità nel mondo sunnita, sempre più ostile nei confronti dell'ala sciita dell'Islam.
Questo “fronte del rifiuto” ha dimostrato di non essere in grado di pilotare gli eventi a suo favore e pure una considerevole miopia dopo quanto accaduto con le rivolte arabe: si tratta però anche di un calcolo venato da una buona dose di cinismo perché nel caos del dopo Assad si moltiplicheranno le opportunità di destabilizzazione regionale.
L'Occidente, con in testa gli Stati Uniti e l'Europa, ha deciso di aderire soltanto a parole a una possibile soluzione politica e di combattere una guerra per procura contro Assad e l'Iran affidandosi alla Turchia e ai Paesi arabi del Golfo, generosi finanziatori, insieme alla Libia del dopo Gheddafi, della guerriglia. Questa strategia, chiamata elegantemente “leading from behind”, cioè guidare egli eventi dalle retrovie senza sporcarsi troppo le mani, potrebbe mostrare la corda. Anzi già si vede quanto Washington possa temere l'ascesa dei gruppi islamici della guerriglia: ne ha già messo uno legato ad al-Qaida in lista nera, provocando la reazione irritata del fronte dell'opposizione formato a Doha.
Le possibilità di americani ed europei di influenzare gli eventi a Damasco con il leading from behind si assottigliano: da una parte si dovranno scontrare con la diffidenza dell'opposizione armata, dall'altra con i lealisti che li accusano, insieme alle monarchie sunnite, di avere trascinato il paese nel caos. Anche questo rimanda a quanto è avvenuto in Iraq nel 2003, quando gli americani hanno visto fallire le loro inconsistenti proposte di nuovi leader nazionali come l'improbabile Ahmed Chalabi, di cui oggi nessuno ricorda più neppure il nome.
Se l'inviato dell'Onu Lakhdar Brahimi fallisse la sua mediazione che inizia oggi a Mosca assisteremo probabilmente a una nuova escalation, forse anche con l'impiego di armi chimiche, la famosa “linea rossa” tracciata da Obama per intervenire. Ma non tocca certo all'Onu trattare con Putin la contropartita della liquidazione del regime di Assad: questa è una questione che riguarda direttamente i rapporti, sempre più tesi, tra Est e Ovest.
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