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Questo articolo è stato pubblicato il 02 gennaio 2013 alle ore 06:37.

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Un richiamo alla realtà. Contro chi scambia i primi segnali di stabilizzazione per l'inizio della fine di una crisi. Angela Merkel è stata cauta nel messaggio del 31 dicembre ai tedeschi, molto più cauta del suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, secondo il quale «il peggio sarebbe alle spalle». Probabilmente non parlava solo ai connazionali ma all'intera Europa, soprattutto a quei Paesi ancora impegnati in dolorosi processi di aggiustamento: «La crisi è lontana dall'essere superata». La frase non è nuova, un mese fa aveva detto che ci sarebbero voluti almeno cinque anni perché l'Eurozona si riprendesse completamente. Una professione di coerenza, dunque, visto che pochi come lei sanno quanto l'euro fosse andato vicino al punto di non ritorno l'estate scorsa, nelle settimane in cui la parola Grexit era diventata tristemente di moda.
Anche quando le cose vanno meglio il cancelliere tedesco resta una creatura politica che non ama lasciarsi andare ai facili entusiasmi, mostrare spiragli d'ottimismo quando i numeri dell'economia reale - crescita e disoccupazione - confliggono con i mercati finanziari carichi invece di aspettative. Non è compito suo, infatti, agire sulle aspettative, soprattutto per non tradirle: «So che molti di voi sono naturalmente preoccupati per l'arrivo del nuovo anno. La situazione economica non sarà più facile, ma anzi più difficile», ha detto riferendosi alla Germania, aggiungendo come unico elemento autocelebrativo il dato sulla disoccupazione, che nel 2012 si è portato «ai minimi dalla riunificazione».
Eppure la Germania sarà probabilmente l'unica tra le grandi economie dell'Eurozona a non cadere in recessione e forse la prima ad accelerare, come dimostra da un paio di mesi l'indice Ifo sulla fiducia delle imprese, da sempre buon anticipatore della congiuntura. Il messaggio è austero perché austera è la signora e perché la disciplina di bilancio e le riforme strutturali non vengano meno negli altri Paesi dell'Unione monetaria, dai soliti noti, Italia compresa, fino alla Francia: «Le riforme sulle quali ci siamo messi d'accordo cominciano a produrre i loro effetti, ma ci vorrà ancora molta pazienza».
Angela Merkel si è premurata di sottolineare ai connazionali quanto sia importante il ruolo della Germania nell'Europa e quanto sia importante trovare «il giusto equilibrio tra il nostro benessere e la nostra solidarietà». La crisi del debito sovrano ha mostrato dove può arrivare questo punto d'equilibrio, almeno per l'opinione pubblica tedesca, nonostante le critiche di mezza Europa nei confronti di un atteggiamento ritenuto inflessibile e punitivo verso i Paesi sottoposti a piani d'aiuto. Il Financial Times, nominandola due settimane fa donna dell'anno per il 2012 e pubblicando una bella intervista, le ha riconosciuto questa capacità di sintesi e compromesso. Con lei i tedeschi non hanno troppo l'impressione che il denaro pubblico venga sperperato con regali a Paesi inadempienti dell'Unione monetaria, ma nemmeno si sentono troppo a disagio come europei. I sondaggi continuano a premiarla, più di quanto stiano premiando il suo partito, la Cdu, che forse dopo le elezioni del settembre dovrà trovarsi un altro partner, tra la Spd e i Verdi, quindi a sinistra.
E forse anche gli ipercritici dovrebbero ricordare che a salvare l'euro è stato sì il "software" inventato da Mario Draghi, con il programma Bce (Omt) di acquisto condizionato di titoli pubblici dei Paesi in difficoltà, ma senza l'appoggio politico di Angela Merkel tale programma sarebbe molto meno temuto dalla speculazione e probabilmente molto meno efficace, nel caso venisse attivato.
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