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Questo articolo è stato pubblicato il 03 febbraio 2013 alle ore 16:11.

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(Afp)(Afp)

Per celebrare la ricorrenza della grande vittoria, a Volgograd hanno deciso di tornare a chiamare la città con il suo vecchio, innominabile nome: Stalingrado. Solo sei giorni l'anno, non uno di più né uno di meno. Ma non è stata una scelta facile. Rispolverare il grande fantasma che spaventa, perseguita, attrae e commuove i russi, sarebbe stato forse impossibile fino a qualche tempo fa. Prima cioè che Vladimir Putin ne riabilitasse informalmente la memoria, cercando palesemente delle similitudini fra la sua e la personalità di Joseph Vissarionovich.
Volgograd ebbero il coraggio di chiamarla così solo nel 1961, otto anni dopo la morte del dittatore e a sei dal XX Congresso del Pcus, quando Krusciov tenne il rapporto segreto sui crimini staliniani, avviando il "Disgelo". Forse aspettarono così tanto per essere certi che Stalin fosse morto davvero.

La memoria di Koba, l'"indomabile", pesava allora e probabilmente pesa ancora oggi. E' difficile dire se l'amministrazione locale della città sul Volga abbia preso la decisione di tornare al nome di Stalingrado, sia pure per pochi giorni l'anno, perché Stalin è entrato in quella parte lontana del tempo, nella quale tutto diventa scientificamente Storia; o se sia inconfessabile nostalgia per l'uomo che diede il nome alla grande vittoria e potere globale all'Unione Sovietica.

La battaglia sul saliente di Kursk del luglio 1943, sei mesi dopo e qualche centinaio di chilometri a ovest di Stalingrado, fu molto più importante. E' da quello scontro, il più grande scontro fra carri armati nella storia militare, che l'Armata Rossa non perse più l'iniziativa e i tedeschi iniziarono l'inesorabile ritirata verso Berlino. Ma la resistenza di Stalingrado e la vittoria il 2 febbraio del 1943, furono il simbolo indelebile della tenace resistenza di un popolo e l'inizio di un cammino che avrebbe portato Stalin e l'Unione Sovietica a contendere il mondo all'Occidente.

Tutte le battaglie sono feroci e sanguinose. William Howard Russel del Times di Londra, il primo corrispondente di guerra mandato a seguire nel 1854 il conflitto di Crimea, diede la descrizione più vera di un campo di battaglia: "sangue, fango e merda". Ma nei sei mesi scarsi di Stalingrado morirono due milioni di persone. Il bilancio fu aggravato dalla rigidità e dagli ordini definitivi dei due dittatori ai loro generali. Stalin e Hitler non concepivano l'ipotesi di ritiro, nemmeno limitato e per necessità tattiche; la resa era tradimento, salvare vite inutile. Stalingrado e tutto ciò che accadde dopo in Europa, soprattutto nell'ultimo anno di guerra, fu barbarie pura.

Finita la guerra con la Germania nazista, Stalin riprese la sua personale contro il suo stesso popolo, interrotta dal conflitto mondiale: purghe, processi di massa, deportazioni, gulag. In Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia: non solo russi e non solo contro-rivoluzionari. I suoi nemici peggiori erano sempre i membri più obbedienti del partito. Nel suo ufficio al "Giornale", Indro Montanelli teneva un busto del dittatore sovietico. A chi gli chiedeva come mai un anticomunista come lui tenesse un tale simbolo, Montanelli rispondeva che nessuno al mondo aveva eliminato così tanti rossi quanto Stalin.

Ieri, settant'anni più tardi, erano pochi a Volgograd-Stalingrado i reduci ancora vivi, i vecchi combattenti col petto pieno di medaglie e la memoria sempre più sfuggente: i più giovani avevano 90 anni. Solo le immagini in bianco e nero spiegano alle generazioni venute dopo, cosa fu quella battaglia. Nessuno più, in quel grande Paese, porta le divise da pioniere del socialismo; molti non hanno nemmeno mai fatto il militare. Eppure da qualche parte, Stalin c'è ancora.

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