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Questo articolo è stato pubblicato il 07 marzo 2013 alle ore 13:41.

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La fantasia supera la realtà. Non sono passate che poche ore dalla pubblicazione sul sito del Parlamento della relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia sull'attività compiuta nell'intera legislatura, che il Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Trieste, guidatO dal Colonnello Claudio Bolognese, aggiunge nuovi scenari, ancora tutti da esplorare, sulle cosche di ‘ndrangheta, che corrono sull'asse Trieste-Vibo Valenza.

Due anni fa, infatti, la Gdf del capoluogo giuliano ha ricevuto la segnalazione di movimentazioni bancarie in Friuli Venezia Giulia, posti in essere da soggetti calabresi ma residenti in Friuli. Da quel filo appena accennato, oggi i primi risultati.
I militari del Gico della Gdf di Trieste e i finanzieri della Compagnia di Vibo Valentia, hanno sequestrato beni per un valore di 35 milioni ed eseguito 10 provvedimenti di fermo disposti dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, a firma dei magistrati Marisa Manzini e Simona Rossi, nei confronti di altrettanti soggetti affiliati al clan Mancuso di Limbadi (Vibo Valenza).

La trama dell'indagine da Trieste è giunta a Vibo, nel momento in cui è stato accertato il coinvolgimento di soggetti appartenenti al clan vibonese. Le indagini sono ancora in corso. «Questo dimostra la capacità investigativa trasversale della Guardia di finanza – dichiara al sole24ore.com il comandante Bolognese - che riesce a seguire indizi che si trasformano in spunti investigativi anche in altre aree del territorio nazionale».
Le persone complessivamente denunciate sono 76 che, attraverso atti estorsivi, usurari e danneggiamenti vari, avevano ottenuto il controllo nel settore economico della distribuzione e commercializzazione all'ingrosso di generi alimentari e nel settore turistico immobiliare in provincia di Vibo.
Fra i principali responsabili, Agostino Papaianni che, d'intesa con il capoclan Cosmo Mancuso, secondo gli inquirenti ha proceduto a una sistematica attività di occultamento delle ingenti risorse economiche accumulate, avvalendosi di diversi prestanome che erano ufficialmente intestatari di numerosi beni mobili ed immobili, smascherati poi dalle Fiamme Gialle.

I sequestri hanno due importanti società locali operanti nel settore del commercio all'ingrosso e al dettaglio di alimenti, un distributore di carburante con autolavaggio e bar, un supermercato, una concessionaria di autovetture, un bar nella piazza principale di Tropea (Vibo), un panificio industriale, numerosi conti correnti bancari ma soprattutto un rilevante villaggio turistico, formalmente intestato ad un prestanome di origine nordafricana, composto da decine di miniappartamenti con annessa piscina, market, due ristoranti, area camper e relativo stabilimento balneare.
E' interessante evidenziare come l'organizzazione procedesse ad attività intimidatorie (danneggiamenti, incendi di vetrine e locali commerciali) che obbligavano i titolari ad acquistare i prodotti alimentari commercializzati dalle società nella disponibilità del clan. In determinate circostanze la Gdf ha rilevato come l'obbligo di acquistare i prodotti dalle società riconducibili agli affiliati derivasse da precedenti prestiti concessi con tassi usurari. In specifici casi era imposto anche l'acquisto e la vendita di prodotti scaduti ai quali veniva sostituita l'etichetta originale.

E dire che nella relazione conclusiva della Commissione parlamentare le parole "Friuli-Venezia Giulia" e "Trieste" non esistono nella geografia criminale. L'unico accenno è addirittura opera della Dda di Brescia che segnala che «…la doppia anima di trafficanti ed imprenditori conduce inevitabilmente ad ambiti di riciclaggio del denaro mediante l'attività imprenditoriale di società di fatto riconducibili a personaggi mafiosi ma guidate da prestanome tramite i quali e` risultato facile ottenere appalti e subappalti in importanti opere pubbliche sia bresciane che nazionali, da Trieste a L'Aquila a Milano»

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