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Questo articolo è stato pubblicato il 09 marzo 2013 alle ore 08:17.

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Un balzo della Borsa del 2,6% ai massimi dai tempi del crollo della Lehman Brothers a metà settembre del 2008 e un ulteriore indebolimento dello yen ai minimi da 3 anni e mezzo sul dollaro hanno salutato ieri l'annuncio della fine della recessione in Giappone, confermando le diffuse aspettative di un successo delle nuove politiche economiche del Governo Abe. L'indice Nikkei ha ampiamente superato la soglia tecnico-psicologica di 12mila, guadagnando 315,54 punti a 12.282,62, mentre sul biglietto verde lo yen è arrivato a oltrepassare il cambio di 95,5.
Di per sé, la revisione al rialzo dei dati preliminari sul Pil del quarto trimestre 2002 era in realtà attesa da molti economisti: già alla metà di novembre, la situazione aveva iniziato a cambiare con l'annuncio delle elezioni anticipate il cui esito scontato sarebbe stato il ritorno al potere del Partito Liberaldemocratico di Shinzo Abe. Lo yen aveva iniziato a indebolirsi, rilanciando il mercato azionario e la fiducia delle imprese esportatrici, in anticipazione dell'arrivo di politiche monetarie e fiscali più aggressive.
Anziché evidenziare una contrazione dello 0,4% su base annualizzata, il Pil è cresciuto nell'ultimo trimestre 2012 dello 0,2%, portando l'espansione complessiva nello scorso anno dall'1,9 al 2% (realizzata quasi tutta nel robusto primo trimestre, seguito da un secondo e un terzo con il segno meno). Oltre a una lettura leggermente più positiva dei consumi, la revisione al rialzo ha interessato soprattutto gli investimenti di capitale delle imprese (da -2,6 a -1,5%). Paradossalmente, poi, per Abe è una buona notizia che a gennaio - come comunicato sempre ieri - le partite correnti abbiano registrato un deficit di 364,8 miliardi di yen: un dato comunque migliore delle attese (per di più legato in parte al condono dei debiti a Myanmar), che può consentire al Governo la difesa della sua strategia di promozione di una politica monetaria ultra-espansiva a fronte delle critiche internazionali.
Se il Sol Levante è passato a un deficit commerciale ormai permanente e persino le partite correnti – tradizionalmente in forte surplus - vanno in rosso per il terzo mese consecutivo, Tokyo può sostenere che ci sono fattori strutturali dietro allo yen debole, mentre le politiche governative e della banca centrale sarebbero finalizzate solo a far uscire il Paese dalla deflazione e rilanciare l'economia a beneficio anche di altri Paesi.
In ogni caso, dopo la nomina di Haruhiko Kuroda a governatore della Banca centrale il mercato si attende già per il 4 aprile nuove manovre finalizzare ad accelerare la fine della deflazione e successivamente il conseguimento di un target di inflazione fino al 2 per cento. Mentre da parte cinese si sono levate questa settimana vere e proprie accuse a Tokyo di manipolazione del cambio a danno dei vicini, in genere gli economisti, al pari degli investitori, tendono a dare la loro benedizione all'"Abeconomia". «In questo momento il Giappone è l'unico tra i Paesi avanzati a voler stimolare la sua economia, anche al di là della politica monetaria, e non è un male», ha detto Nouriel Roubini a margine del convegno Ambrosetti di Cernobbio. «Se la Federal Reserve - continua - fa un allentamento quantitativo open-ended quando l'economia Usa cresce e c'è inflazione, non si capisce perché a Tokyo debba essere proibito fare lo stesso mentre la sua economia arranca e i prezzi scendono». Aggiunge Richard Koo, capo economista del Nomura Institute: «G-7 e G-20 non potevano biasimare un Giappone ormai in costante deficit commerciale». Koo ha però un'interpretazione maliziosa del boom del Nikkei e del forte calo dello yen: «Sospetto, ma non ne ho la sicurezza, che i grandi speculatori reduci dalle scommesse fallite contro l'euro si siano riposizionati short sullo yen e al tempo stesso abbiano comprato l'equity giapponese: così si sono salvati da un bagno di sangue anche se l'euro ha resistito». Il problema, conclude Koo, è che hanno «comprato sulle voci», ossia su politiche che Abe non ha ancora realizzato: potrebbero «vendere sul fatto» dei prossimi allentamenti monetari, a meno che Abe non riesca ad attuare non solo una manovra fiscale efficace ma anche serie riforme di sistema.
Questa potrebbe essere la volta buona, visto che il nuovo premier si è circondato di consiglieri che vengono non dal conservatore ministero delle Finanze, ma dal ministero dell'Economia e commercio, ormai consapevole della necessità di fare cose nuove per promuovere la crescita.
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