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Questo articolo è stato pubblicato il 20 marzo 2013 alle ore 20:45.
Barack Obama (LaPresse)
GERUSALEMME - «In materia di sicurezza ogni paese è il miglior giudice su come proteggersi». Con queste parole di fatto Barack Obama ha dato luce verde a Israele per considerare un attacco contro gli impianti nucleari iraniani in caso di fallimento dei negoziati diplomatici. «Mi auguro che l'Iran raccolga l'opportunità di risolvere la situazione in modo pacifico. Certo la differenza in passato fra parole e azioni da parte di Teheran non è rassicurante. L'obiettivo comune nei confronti degli sviluppi nucleari iraniani resta quello della prevenzione non del contenimento», ha detto Obama nella conferenza stampa congiunta con Benjamin Nethanihu, il primo ministro israeliano, alla fine della sua prima giornata in Medio Oriente.
I due hanno avuto un incontro cordiale, hanno ribadito l'impegno a esplorare ogni possibilità per rilanciare il dialogo con i palestinesi sulla possibilità di «avere due stati con due popoli», ma lo stesso Obama ha sottoloneato che in questa fase preferisce «ascoltare».
Il Presidente americano ha chiuso così il suo primo giorno in Medio Oriente con un passo in avanti importante per Gerusalemme: ha cercato di rassicurare il popolo israeliano sulla forza dell'alleanza fra Washington e Gerusalemme. Ha annunciato che si apriranno i negoziati per prolungare di altri dieci anni l'inteso rapporto militare fra Washington e Gerusalemme alla scadenza degli accordi in essere, che scadono nel 2017 e ha ricucito con Bibi Nethaniahu un rapporto personale che si era sfilacciato nel tempo e aveva impedito ai due leader, e dunque ai due alleati più solidi nella regione, di trovare un'intesa su come procedere nei vari fronti aperti: l'Iran nucleare, la Siria in guerra civile, il rilancio di un approccio negoziale che sancirà la nascita «di due stati e due popoli in grado di coabitare l'uno a fianco dell'altro».
Per ciò che riguarda la Siria, Obama ha annunciato un'inchiesta per ricostruire le dinamiche che avrebbero portato all'utilizzo di armi chimiche nella guerra civile che ha martoriato il paese. È stato chiaro fin dall'inizio che c'erano due binari nel dialogo di Barack Obama con Israele. Il primo con Shimon Peres, il Presidente dello stato ebraico, fautore di un ritorno al tavolo del negoziato per la pace con i palestinesi. Il secondo e' con Benjamin Nethaniahu, il Primo Ministro, che ha appena formato non senza difficolta' un nuovo governo, con il quale Obama ha di fatto dato carta bianca su come agire contro il perseguimento di obiettivi atomici per l'Iran.
È in questa pubblica divisione dei compiti che si riassume per ora il senso del primo viaggio di Barack Obama in Medio Oriente: il Presidente Peres ha un ruolo rappresentativo e simbolico, Bibi Nethaniahu è il vero "decision maker". È dunque chiaro che per ora le priorità vadano alla situazione iraniana, molto seria per la rapidità con cui Teheran avanza con i suoi acceleratori verso l'arricchimento di uranio che potrebbe consentirgli di costruire armi atomiche.
Secondo stime dello stesso Presidente Obama ci sarà un anno prima che l'Iran raggiunga i suoi obiettivi. Per questo il ritorno al tavolo dei negoziati è in secondo piano. O meglio, il viaggio di Obama servirà a restituire quel briciolo di fiducia reciproca che consentirà poi al suo nuovo segretario di Stato John Kerry di far partire un nuovo tavolo di lavoro che si snoderà nel tempo senza che vi siano per ora scadenze precise.
Ma la missione del vero passo in avanti per la pace sarà affidata a Kerry. Questo viaggio di Obama inoltre potrebbe risultare storico più per il cambiamento del quadro strategico per gli approvvigionamenti di petrolio - gli Usa sono e saranno per i prossimi 40 anni autonomi dal punto di vista energetico - che per accordi su come procedere «con il più solido alleato americano» sui fronti più difficili, l'Iran, la Siria, la creazione di uno stato palestinese in grado di convivere con Israele. Solo nelle prossime settimane sapremo se questo viaggio avrà cambiato radicalmente l'approccio strategico americano nella regione.
«Stiamo cercando insieme di cominciare un negoziato coi palestinesi - ha detto Peres – siamo già d'accordo che la soluzione è da cercarsi in due stati e due popoli. Non ce n'e' un'altra o comunque un'altra piu' facilmente raggiungibile. Consideriamo il Presidente del popolo palestinese Abu Mazen il nostro partner nello sforzo per cessare il terrore e portare la pace». Peres ha citato gli attacchi di Hamas e la determinazione con la quale l'organizzazione terroristica continua a proclamare che il suo obiettivo e' la distruzione dello stato di Israele. Peres ha anche parlato brevemente di Iran: «Rispettiamo la sua posizione che vuole mettere davanti all'attacco militare il negoziato diplomatico - ha detto ancora Peres a Obama – ma condividiamo anche l'obiettivo finale che deve essere non quello di contenere ma di prevenire».
È su questo che Nethaniahu ha elaborato la sua posizione: «Non possiamo accettare un Iran in grado di dotarsi di armi atomiche e non possiamo aspettare troppo – ha detto in sostanza il leader israeliano». Non è andato oltre. Non ha riproposto il confronto dialettico duro che abbiamo visto in passato durante i suoi incontri a Washington con Obama. Del resto, ora che entrambi i leader sono stati rieletti, è giunto il momento della ricucitura delle differenze, soprattutto quelle personali, indispensabili per immaginare veri progressi – e in tempi non troppo lunghi – in questa regione celebre per la lentezza con cui riesce a sanare divisioni aperte da decenni.
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