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Questo articolo è stato pubblicato il 20 marzo 2013 alle ore 18:48.

Barack Obama arriva oggi a Gerusalemme. È il primo viaggio del presidente americano in Medio Oriente e dunque c'è una valenza storica in questa visita che lo porterà anche a Ramallah e ad Amman. Ma c'è un interrogativo di fondo: sarà anche un viaggio importante sul piano del lavoro o sarà un viaggio da «turista», come si è chiesto provocatoriamente l'altro giorno sulle colonne del New York Times l'autorevole Tom Friedman?

In effetti ci saranno tappe turistiche in questo viaggio: il presidente andrà al museo di Gerusalemme per vedere i manoscritti del Mar Morto; andrà a Betlemme oltre che a Ramallah per visitare i luoghi sacri del cristianesimo e da Amman, sabato mattina, si recherà alle rovine di Petra.

Ma non sarà solo turismo. Questo viaggio avrà una sua connotazione storica almeno per due questioni chiave sul piano tattico politico. La prima riguarda la volontà di Washington di evitare un attacco israeliano contro l'Iran per distruggere gli impianti nucleari. La seconda affronterà i "due Stati", uno Stato palestinese e uno israeliano, in grado di coabitare in questo strettissimo lembo di terra nella vastità del Medio Oriente.

Il viaggio avviene in un momento storico in cui con maggiore chiarezza si definiscono importanti cambiamenti geopolitici: l'America per la prima volta può guardare al suo futuro in un contesto di autonomia energetica. Da qui ai prossimi 20-30 anni gli Usa diventeranno un esportatore netto di risorse energetiche e saranno meno dipendenti dal petrolio arabo. La Cina, al contrario, diventa primo importatore netto di petrolio e dunque molto più dipendente dagli sviluppi mediorentali. Dietro il dialogo tattico c'è dunque uno sfondo strategico chiave che nei prossimi mesi, proprio in seguito a questo viaggio, potrebbe presentare delle novità rilevanti.

La partita sul fronte iraniano è la più delicata e urgente. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che Obama vedrà nel tardo pomeriggio di oggi, ha chiesto che si stabilisca una «linea rossa», una scadenza per verificare che l'Iran abbandoni i suoi propositi per la costruzione di una bomba atomica. Se la scadenza non sarà rispettata Israele, con l'appoggio dell'America, dovrebbe essere autorizzata ad attaccare gli impianti nucleari. Ma Obama resiste. Nel suo incontro con Netanyahu chiederà tempo e prometterà un'azione diplomatico-economica incisiva.

Non è chiaro se l'amministrazione Obama crede davvero che possano esserci delle azioni diplomatiche o delle sanzioni economiche che scoraggeranno l'Iran dal perseguire il suo obiettivo di dotarsi di bombe atomiche. Washington potrebbe anche tergiversare per dimostrare di aver tentato tutto il possibile prima di lanciare un attacco. Una cosa tuttavia sembra certa: l'Iran finora non ha mai rinunciato alle sue prerogative per via di pressioni diplomatiche. Una data chiave resta quella del 14 giugno, quando si terrano elezioni per sostituire Mahmoud Ahmadinejad che non potrà candidarsi a un terzo mandato. A Washington, settimane fa, si diceva che il prossimo presidente iraniano poteva essere più aperto a un negoziato.

Ma il leader supremo, l'Ayatollah Ali Khamenei, ha chiarito che su un punto, l'avanzamento verso «l'autononomia nucleare», non si farà marcia indietro. Prima di arrivare a Gerusalemme, in un'intervista concessa alla rete due israeliana, Obama ha ammesso che l'Iran potrebbe avere l'atomica entro un anno. Ha promesso una vigorosa azione diplomatica, ha confermato che gli Usa non potranno tollerare un Iran nucleare e che «tutte le opzioni» incluso l'attacco dunque sono aperte sul tavolo. Si tratta forse della «linea rossa» che voleva Netanyahu? Possibile, ma la scadenza che vogliono gli israeliani è molto più vicina.

C'è poi la questione dei due Stati. Anche se non ci si aspetta un rilancio del dialogo per la pace, soprattutto i palestinesi, soprattutto Abu Mazen, durante il vertice di Ramallah chiederà a Obama di far sì che la proclamazione simbolica di uno Stato palestinese dell'anno scorso all'Onu si traduca nella creazione di uno Stato vero e proprio. L'espansionismo israeliano in Cisgiordania di fatto elimina la possibilità che uno Stato palestinese, già spaccato in due fra Gaza e Cisgiordania, possa mai esistere. Ma se così sarà, il problema a quel punto non sarà solo dei palestinesi, ma sarà soprattutto di Israele: ammetteranno gli israeliani l'esistenza di cittadini di seconda classe, si accolleranno l'epiteto di aver creato di fatto un "apartheid"? Perché senza uno Stato palestinese le proiezioni demografiche non presentano alcun dubbio, senza una soluzione, la popolazione palestinese in Israele potrebbe essere la maggioranza. E non sembra che queste problematiche abbiano alcun risvolto turistico.

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