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Questo articolo è stato pubblicato il 23 marzo 2013 alle ore 08:15.

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La Caporetto diplomatica dei due marò rispediti in tutta fretta in India per essere giudicati da un tribunale speciale (ma senza rischio di pena di morte) sta avvelenando gli ultimi scampoli del Governo Monti, gettando una luce sinistra sull'azione dell'Esecutivo nato alla fine del 2011 proprio per restituire credibilità internazionale al nostro Paese.
Martedì i due ministri degli Esteri, Giulio Terzi, e della Difesa, Giampaolo Di Paola, riferiranno in Parlamento dove rappresentanti di Lega, Pdl e di tutto il centro destra già affilano le armi (c'è chi come Ignazio la Russa popone di inviare in India lo stesso Monti). Una versione "addomesticata" della vicenda tenderebbe a sminuire ogni divisione all'interno del Governo e ad avvalorare la collegialità delle decisioni. Fonti di Palazzo Chigi smentiscono qualunque tipo di processo al ministro Terzi durante la riunione del Comitato per la sicurezza di giovedì.
Il responsabile della Farnesina taglia corto sulle polemiche «senza alcun senso», respinge ogni ipotesi di dimissioni (che avrebbero poco senso visto il quadro politico) e insiste sulla collegialità delle decisioni fin dal primo momento, cita il segretario generale dell'Onu sulla «controversia internazionale» e si dice ottimista sull'arbitrato internazionale e sul nuovo clima di serenità ricreato con New Delhi.
Per nulla estraneo alla vicenda (anzi forse determinante), il ricco dossier economico e commerciale che vede in ballo con l'India affari per circa 7 miliardi di euro. Proprio nelle ore in cui il governo stava perfezionando il negoziato per il rientro dei due fucilieri del Reggimento San Marco, il ministro della Difesa di New Delhi aveva annunciato il via libera a una commessa del gruppo Finmeccanica. Un accordo da 300 milioni di dollari con la Wass di Livorno per la fornitura di siluri ad alta tecnologia. Era il momento in cui la crisi tra Roma e New Delhi vedeva al centro ancora aperta la vicenda dei marò ma anche lo scandalo Agusta per le tangenti che sarebbero state pagate da Finmeccanica per la vendita di elicotteri all'aviazione indiana.
Il dietrofront italiano e la «vittoria diplomatica» sbandierata ieri con orgoglio da quasi tutte le autorità indiane avrebbe però sbloccato una prima tranche dei contratti Finmeccanica con la dichiarazione del ministero della Difesa indiano secondo il quale il contratto sui siluri sarebbe andato a Finmeccanica perché il ricorso dei concorrenti tedeschi era stato respinto e l'accordo era quindi pronto per la fase finale.
Quanto ai due sottufficiali Girone e Latorre (hanno solo dichiarato «siamo militari, andiamo avanti») da ieri sono di nuovo nella capitale indiana accompagnati dal sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura, risiederanno nella sede dell'ambasciata italiana dove lavoreranno presso l'ufficio dell'addetto militare. Nello stesso tempo sono revocate le restrizioni alla libertà personale nei confronti dell'ambasciatore italiano Daniele Mancini al quale era stato intimato di non lasciare il Paese in dispregio alla convenzione di Vienna sull'immunità diplomatica.
In India, tanto il governo che l'opposizione, esultano per quello che viene definito «un successo diplomatico». «È stata salvaguardata l'integrità e la dignità dell'ordinamento giudiziario indiano», ha detto il premier indiano, Manmohan Singh secondo il quale «non è stato offerto nulla in cambio del dietrofront, né un incontro a livello di diplomatici o esperti per risolvere la questione, né un arbitrato internazionale. Abbiamo chiarito all'Italia che se i marò avessero rispettato l'ordine della Corte Suprema e fossero tornati indietro, non sarebbero stati arrestati; e abbiamo detto che, da quel che riteniamo, non si tratta di un caso da pena di morte».
Il ministro degli Esteri indiano, Salman Khurshid, ha detto di «essere felice che la questione sia arrivata ad una conclusione soddisfacente». Khurshid ha poi detto che per il momento «le richieste italiane di incontri a livello diplomatico o di esperti non possono essere accettate».
Un altro fronte aperto (che è stato attivato tardi e in maniera insufficiente) è quello europeo. Secondo fonti comunitarie, la Ue non è stata avvertita né quando, l'11 marzo, il governo italiano annunciò che i marò sarebbero rimasti in Italia, né giovedì, quando si è deciso di riconsegnarli a New Delhi.
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