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Questo articolo è stato pubblicato il 13 aprile 2013 alle ore 08:14.

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Franco
Debenedetti Non c'è stato intervento, ieri a Torino, in cui non venisse toccato il tema dei debiti pregressi della pubblica amministrazione. Quei 40 miliardi di debiti commerciali che ora Bruxelles ha sbloccato, per le imprese che sono riuscite a sopravvivere alla crisi che riduce volumi e margini, mentre le banche razionano il credito, sono come l'acqua per chi muore di sete. E non c'è stato intervento in cui non si parlasse di politica europea: a cui la questione dei debiti pregressi è strettamente connesso. Italiano è il debitore, italiani i creditori, italiani i codici che ne regolano i reciproci rapporti: ma la decisione se pagare o no si prende a Bruxelles. In un momento di particolare tensione sui mercati finanziari il governo Monti è nato nel segno di indefettibile osservanza europea: l'austerità imposta al Paese è stata durissima, il Paese l'ha sopportata con stoicismo. Ma quando si legge delle discussioni che si son dovute fare per avere il via libera dell'Europa al (parziale, parzialissimo) pagamento di questi debiti, discussioni giocate sul filo di un decimo di punto in più o in meno del fatidico 3% del fabbisogno delle P.A., allora è inevitabile chiedersi non ci sia qualcosa che non funziona nell'insieme dei vincoli che ci impone l'euro e nel modo in cui sono fatti osservare. Quanto a decimali, chi ha buona memoria ha ancora nelle orecchie l'ammonimento che il limite del deficit del 3% dovesse intendersi come 3,0%. Veniva dalla Germania ed era diretta a noi la precisazione: ma allora poteva essere importante capirsi bene sul significato delle regole, quindici anni dopo si tratta di sopravvivere alla peggiore crisi economica dagli anni 30.
Italiano il debitore, italiani i creditori: ma italiana anche la pubblica amministrazione. La minuzia ragionieristica di Olli Rehn ci sembra intollerabile di fronte ai disastri che stretta bancaria e austerità hanno scavato nel nostro tessuto industriale; ma non possiamo dimenticare che questa montagna di debiti è la fotografia dell'inefficienza della P.A.. Ancora oggi non si sa quanto sia il totale (70, 100, 150 miliardi?), quanto sia il contenzioso e che cosa esso nasconda, chi sarà “servito” prima; manca la coscienza che quella che tecnicamente si chiama ”gestione del ciclo passivo”, una procedura che richiede una dirigenza pubblica autorevole e competente. Diminuire l'inefficienza della P.A. è il problema centrale del nostro Paese: e alla parte produttiva del Paese, che soffre per i vincoli europei, deve sperare in quel vincolo per ottenere quello che i nostri governi si sono dimostrati incapaci di fare, vincere le resistenze corporative.
In autunno saran capitate molte cose in Germania. Già le piccole crisi, greca e soprattutto cipriota, dovrebbero aver fatto riflettere su che cosa sarebbe la crisi di un paese grande come l'Italia. “Alternative für Deutschland”, un partito anti-euro non populista, cresciuto in pochi mesi, è già accreditato di percentuali a due cifre. Dopo le elezioni federali del 22 settembre si potrà ragionare su temi di fondo, dai difetti di progetto dell'euro, ai rapporti tra integrazione e democrazia nella Ue. Finora la spinta all'integrazione ha prevalso sulle esigenze sulla democrazia: e oggi molti guardano all'Europa più come a una minaccia per la democrazia che a un suo rafforzamento. L'esperienza italiana dimostra dove porta l'illusione che la politica si possa “spoliticizzare”, e ridursi a una procedura tecnica per risolvere problemi. Bisogna trovare altri mezzi per unire redistribuzione e incentivi alle riforme. Anche la Germania avrebbe vantaggio ad essere vista non come il “braccio secolare” dell'Unione, ma in una luce che ne metta in risalto i contributi.
Affaccendati in altre pur fondamentali faccende, i nostri politici faranno bene a “prendere appunti” delle proteste e delle richieste che vengono da Torino, e a ricordarsene quando, speriamo presto, verrà il momento. La vicenda del debito delle P.A. è l'esempio di quanto sia ambivalente il vincolo europeo. In autunno, due anni dopo l'inizio del Governo Monti, si aprirà lo spazio per una nuova politica europea che venga incontro alle necessità delle nostre imprese. I nuovi governi dovranno saperlo sfruttare.
@FDebenedetti

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