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Questo articolo è stato pubblicato il 17 aprile 2013 alle ore 11:44.

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L'imprenditrice siciliana Valeria Grasso (Ansa)L'imprenditrice siciliana Valeria Grasso (Ansa)

Hanno presentato il conto. Di nuovo e senza preavviso. Ma non sono i mafiosi che battono cassa con Valeria Grasso, l'imprenditrice palermitana che ha denunciato il racket e per questo motivo vive in una località protetta. E' lo Stato che chiede. Anzi, racconta lei, prende senza chiedere trattenendo somme dall'indennità mensile che i testimoni di giustizia ricevono. Una vicenda già denunciata pubblicamente da Valeria Grasso alla fine dell'anno scorso. A quanto pare inutilmente visto che si è ripresentata tale e quale ancora qualche settimana fa. Anzi peggio. Poiché in questo caso il servizio di protezione non ha esitato a rivalersi sulla signora anche per altre spese che riguardano la figlia, andata in depressione a causa proprio dei traumi subiti dopo le denunce antimafia della madre.

La famiglia di Valeria Grasso, (dopo le proteste anche plateali) dell'imprenditrice, è stata trasferita in una località protetta dove ha vissuto per sette mesi prima di approdare in un appartamento: hanno vissuto tutti in albergo, come si usa fare in queste circostanze. E in albergo hanno consumato ciò che è possibile consumare in un luogo che non ha ovviamente tutti i confort di un'abitazione. Si chiamano, per i normali clienti, consumazioni extra ovvero non comprese nella tariffa della stanza.

A Valeria Grasso il servizio di protezione del Viminale imputa i costi di questi extra. Cosa ha consumato la famiglia dell'imprenditrice? «Non è dato sapere - dice lei - nessuno mi ha informata sul contenuto di queste fatture». Già una prima volta di fronte alle contestazioni (e alle minacce di denuncia evidentemente visto che Valeria si è recata più volte in procura a Palermo a parlare con i magistrati) è stato chiarito tutto e lei ha pagato una quota. Ma a distanza di mesi il problema si è ripresentato: «Un fatto davvero inusuale - spiega Enza Rando, avvocato e responsabile dell'ufficio legale di Libera -: non mi sono mai trovata con i miei assistiti in queste condizioni». Un fatto tanto paradossale da far irritare parecchio Valeria Grasso che non ne è fa, come è ovvio, una questione di soldi ma di principio. E così ha ricominciato la sua battaglia.

Intanto con una lettera inviata al presidente della Camera, Laura Boldrini con cui chiede: «Che fine fanno i soldi pubblici? Perché il Servizio Centrale di Protezione si fida ciecamente degli albergatori e non si fida di quello che io dico, né apre una seria inchiesta e né riesce a dimostrare documentalmente ciò che asserisce? Perché il Servizio Centrale di Protezione si preoccupa di addebitare presunti 'extra' ai testimoni e non si preoccupa di decurtare agli albergatori la parte di servizi non erogati dall'albergo?» E poi ci sono le altre questioni, ancora più delicate se vogliamo, che riguardano la figlia che ha deciso di tornare a Palermo e dunque non viene più considerata nel nucleo della madre: «Mi è stata tolta l'indennità relativa a mia figlia Margherita che da gennaio, in preda a una grave crisi depressiva, è dovuta tornare a vivere a Palermo. Non ho mai parlato di lei prima d'ora, così come non ho mai parlato degli altri due. Non mi pento della scelta fatta e, cioè, quella di denunciare i miei estorsori. Neanche i miei figli me lo hanno fatto mai pesare. Ma se è giusto che, ancora oggi, vada in giro per l'Italia a incontrare tante persone per dire loro quanto sia importante non pagare il pizzo, è altrettanto importante dirgli come stanno le cose: la gestione del Programma di protezione per i testimoni di giustizia è quantomeno discutibile. In tempi di spending review, di taglio agli sprechi dei soldi pubblici, io pretendo che gli sprechi vengano eliminati anche in questo settore. Perché è sempre di soldi pubblici che stiamo parlando».

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