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Questo articolo è stato pubblicato il 17 maggio 2013 alle ore 06:40.

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PALERMO
Uccidere l'avvocato e amministratore giudiziario Gaetano Cappellano Seminara, togliere di mezzo il presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo Silvana Saguto, mettere in condizioni di non nuocere il giudice per le indagini preliminari Piergiorgio Morosini. Ma soprattutto fare in modo che si chiuda definitivamente in Italia l'inchiesta per riciclaggio che ruota attorno alla proprietà della discarica di Glina a Bucarest in cui sarebbe stato reinvestito in parte il tesoro di Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo legato ai corleonesi e morto nel 2002. A qualsiasi condizione, magari alleandosi con il diavolo ovvero con i magistrati della procura antimafia di Palermo. Sullo sfondo la trattativa Stato-mafia e il racconto che della vicenda ha fatto ai magistrati della procura di Palermo Massimo Ciancimino. È lui l'indiscusso protagonista di questa vicenda. Dalle intercettazioni fatte su disposizione dei magistrati della procura di Roma e successivamente della procura de L'Aquila emerge un quadro inquietante sui progetti del figlio di don Vito e sui rapporti che lui avrebbe avuto con i magistrati che lo hanno avuto in gestione a Palermo a partire da Antonio Ingroia.
Massimo non fa mistero con i suoi interlocutori (in genere Romano Tronci e la compagna Santa Sidoti) di aver cominciato a collaborare con i magistrati perché sotto pressione a causa dei sequestri: «Se mi lasciavano con la barca in mezzo al mare tutto 'sto processo non veniva fuori» dice Massimo. Il processo è quello della trattativa e, dicono i magistrati, è lui stesso «a mettere in relazione il tesoro in Romania e la sua eventuale tutela con le dichiarazioni rese in altri procedimenti. A suo dire, lo stesso processo sulla trattativa Stato-mafia – almeno per la parte che lo vede direttamente coinvolto – sarebbe nato dalla necessità di tutelare i propri interessi». Quali siano questi interessi lo si comprende leggendo le intercettazioni: Massimo sceglie di dialogare su Skype con i suoi interlocutori e lo consiglia pensando che non sia possibile intercettare il sistema Voip; e invece le sue conversazioni vengono puntualmente registrate (in qualche occasione Tronci viene anche fotografato).
Il rapporto con Tronci e Sidoti è consolidato e con loro Ciancimino commenta la situazione di Gianni Lapis, tributarista condannato in via definitiva per l'intestazione fittizia dei beni di don Vito, con cui Massimo tiene i rapporti anche, si legge nei documenti dei magistrati, grazie alle ambasciate del suo avvocato Francesca Russo. Parla, il figlio di don Vito, e non lesina considerazioni con i suoi amici ai quali assicura di essere nelle condizioni di poter ottenere ciò che vuole e che la sua presenza continua in tivù che loro non approvano fa parte di una strategia: Ciancimino junior «assume – scrivono i magistrati sulla base delle intercettazioni – di aver trattato con la procura di Palermo l'archiviazione delle indagini sulla Romania in cambio della conferma in dibattimento delle dichiarazioni rese in istruttoria».
E a un certo punto spunta la frase che può essere l'incipit di un volume su una nuova trattativa, quella tra Ciancimino e i magistrati antimafia di Palermo: «Io non abbandono nessuno! Ora... – dice il figlio di don Vito a Santa Sidoti – Io gli ho fatto patti chiari! Gli ho detto che negherò tutto se non mi aiutano! "In udienza nego tutto" gli ho detto!».
A suo tempo il gruppo degli amici di Ciancimino e Massimo stesso avevano molta fiducia nella possibile archiviazione da parte di Morosini e la richiesta di approfondimenti da parte del magistrato non viene presa molto bene; Ciancimino si consulta con il suo avvocato per provare a rendere incompetente Morosini sulla vicenda del riciclaggio. L'obiettivo è quello di salvare la Ecorec, la società proprietaria della discarica di Glina che i soci cercano di vendere soprattutto dopo aver appreso dal Sole 24 Ore che il tribunale di Palermo aveva emesso la misura di sequestro a firma del presidente della sezione misure di prevenzione Silvana Saguto. Il giudice dà proprio fastidio a Ciancimino e compagni e il figlio di don Vito sbotta: «Pure la prevenzione mi devono levare per cui la Saguto se ne deve andare! Cioè oggi gliel'ho detto chiaro».
Chiunque sia d'ostacolo deve essere eliminato, spostato, messo in condizione di non nuocere. Uno di questi è Cappellano Seminara, amministratore giudiziario, trattato dal sostituto procuratore palermitano Dario Scaletta alla stregua di un imputato (l'ultima volta è stato interrogato per quattro ore): Scaletta avrebbe detto di non essere interessato in alcun modo a ciò che scrivono i giornali pur sapendo, evidentemente, che in qualche caso si trattava di notizia criminis. Per il figlio di don Vito, per Massimo Viktor Dombrosky, direttore generale e azionista della società estera Ecorec, e per l'imprenditore reatino Sergio Pileri, Scaletta ha chiesto recentemente l'archiviazione per il reato di riciclaggio (è la seconda volta) e si attende la pronuncia del Gup. Tronci riferendo una frase di Sergio Pileri, un altro soggetto protagonista di questa vicenda che ha una sapore kafkiano, dice: «Sergio dice: io voglio Cappellano ucciso». Lapis presente all'incontro risponde «Anche io»; e Santa Sidoti aggiunge: «Sergio non perdona».
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