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Questo articolo è stato pubblicato il 31 maggio 2013 alle ore 06:42.

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Lunghe file di correntisti, ansiosi, che cercano di recuperare i loro risparmi. Camion carichi di banconote, che dalla banca centrale accorrono agli sportelli per soddisfare la domanda dei risparmiatori. Sono scene che in Eurolandia sono state evitate. In Vietnam, no: l'anno scorso dopo l'arresto di uno dei fondatori, la più grande banca privata, la Asia commercial bank (Acb), e i suoi clienti hanno vissuto questo incubo. E non sono stati i soli: altre piccole aziende di credito del paese sono rimaste prive di liquidità e hanno visto lunghe code di persone accalcarsi alle filiali.
Ora il sistema è in ristrutturazione e le cose sembrano migliorare un po', anche se in media si riesce a recuperare solo il 15% del valore dei prestiti. Il Vietnam sta così uscendo dalla sua crisi bancaria - trasformatasi piuttosto in una crisi politica - che in nulla si distingue dalle altre: le sofferenze, ufficialmente al 10%, avevano raggiunto il 40-50% dei prestiti, cresciuti a un ritmo forsennato fino al 100% del pil. Il rialzo dei tassi, consigliato anche dal Fondo monetario internazionale (Fmi) per combattere un'inflazione giunta al 20%, aveva poi fatto esplodere la bomba creditizia.
Per l'area asiatica è stato un monito. Lo spettro della crisi asiatica del '97-98 aleggia ancora, in quelle zone. Anche altrove il credito bancario è salito rapidamente superando i livelli di quella bolla rovinosa: a Singapore, in Cina (dove c'è un ampio, oscuro, settore finanziario "ombra"), a Hong Kong, a Taiwan. Non in Malaysia, in Thailandia e in Corea del Sud dove comunque i prestiti bancari sono al 100% del pil o oltre, e cominciano a preoccupare. Anche perché il fenomeno è alimentato in buona parte da quella forte corrente di risorse finanziarie in fuga dai tassi bassi dell'Occidente. Il flusso corre alla ricerca di rendimenti più interessanti e spesso li trova nei bond privati e pubblici asiatici (e non solo). La forte crescita delle economie dell'area compensa infatti il maggior rischio.
Cosa accadrà, però, quando la Fed, o la Bce, inizieranno a far salire i tassi? Ci sarà una brusca inversione di rotta della corrente? Il rischio c'è: i flussi finanziari sembrano statisticamente sensibili - in base a un'analisi dell'Institute of International finance - alla liquidità globale in circolazione, oltre che alla crescita economica e all'avversione al rischio.
La situazione, comunque, sembra per ora sotto controllo. I flussi sono ingenti, ma non sembrano eccessivi. Raggiungono il 4% del pil dei sette maggiori paesi dell'area (esclusa la Cina), contro il 7% e oltre della fase precedente la crisi del '97 e il 6% del 2007. La forte crescita promette inoltre di portare quel rapporto ancora più in basso. Il 60% circa della corrente è inoltre legato a investimenti diretti, strutturalmente più stabili. «I mercati si sono chiaramente "riscaldati" - spiega l'Fmi nell'ultimo rapporto regionale - soprattutto in alcune economie, ma non sono surriscaldati». Qualche spia si è accesa per Singapore, le Filippine e, nell'immobiliare, Hong Kong. I "cuscinetti" delle banche sono stati comunque rafforzati, anche se restano un po' più bassi di quelli prevalenti nell'America Latina.
Soprattutto, gran parte del credito viene concesso in moneta locale. È un fattore tranquillizzante: uno studio di Stefan Avdjiev, Robert McCauley e Patrick McGuire per la Banca dei regolamenti internazionali (Bri) mostra che proprio l'indebitamento in valuta è il fattore chiave di rischio, soprattutto in Asia. La loro analisi, ferma però al 2011, mostra che i prestiti in dollari sono cresciuti dal 2009 a ritmi più rapidi di quelli totali in Cina, Hong Kong, Indonesia, in Thailandia (un +1.400% ma da livelli infimi) e nelle Filippine. Solo in Indonesia e nelle Filippine hanno però superato il 10% del totale; e se in Cina e in Corea del Sud «non c'è spazio per adagiarsi sugli allori» la situazione è lontana da quella della crisi del '97.
Quell'episodio ha oltretutto insegnato molte cose: le riserve valutarie delle banche centrali continuano a crescere, collocandosi in media attorno ai 6 mesi di importazioni. In definitiva, anche se «gli squilibri finanziari possono peggiorare relativamente presto» i rischi, nota l'Fmi, «non sembrano sollevare grandi, immediate preoccupazioni a questo stadio». È sempre bene, comunque, monitorare la situazione.
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