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Questo articolo è stato pubblicato il 21 giugno 2013 alle ore 06:41.

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PECHINO. Dal nostro corrispondente
Cina e Unione europea discuteranno di commercio e business nella prossima riunione ministeriale annuale della Commissione economica e commerciale congiunta. Lì, in quel contesto, bisognerà trovare l'accordo sulla spinosa vertenza dei pannelli solari made in China.
Come ha detto ieri Shen Danyang, portavoce del Ministero del commercio estero cinese (Mofcom) «le parti, in questa conferenza, esamineranno seriamente quello che é successo lo scorso anno in termini di relazioni commerciali e di business, e la soluzione di questi problemi, tra cui la controversia sul commercio di pannelli fotovoltaici».
La svolta politica, in buona sostanza, c'è. Ma Xuwei Wang, segretario generale della China association for importers & exporters of wine & spiritis (CAWS), la neonata associazione dei 400 importatori cinesi di vino collegata al Mofcom, è costretto a gestire l'altro corno del problema: l'indagine di Pechino sui vini importati dall'Europa, una sorta di contrappeso alla vicenda dei pannelli solari.
Innescato ad agosto da una denuncia al Mofcom di alcune aziende cinesi produttrici di vino che, attualmente, detengono il 75% del mercato locale, il monitoraggio punta a capire se è vero o no che l'Europa ha inondato il mercato cinese di vino di bassa qualità, importato al prezzo di un euro a bottiglia. Una querelle che fa da pendant al presunto dumping cinese punito, per il momento in via provvisoria, con l'11,8% di dazi sui pannelli solari cinesi importati, misura destinata a salire al 47,6% in agosto, se non sarà raggiunto un accordo tra cinesi e Unione europea.
Sul vino, che è il suo campo, Xuwei Wang resta ottimista, nonostante la spada di Damocle dei dazi. «Le tasse, inclusa l'Iva, sul vino europeo, toccano il 48,21%, la minaccia di aumenti sostanziali dei dazi all'importazione è forte. Tutti i giorni anche noi diamo un'occhiata al sito del ministero per saperne di più - dice Xuwei Wang, a nome anche degli importatori qualificati di vino, che in pratica controllano un quarto del mercato cinese -. Siamo in attesa del report finale sull'investigazione aperta dai produttori di vino cinesi che vedono diminuire i loro profitti dall'aumento delle importazioni di vino "straniero"». Cosa succederà, adesso? «Anche se la situazione è critica, siamo tranquilli. Lievi aumenti delle tasse nei primi sei mesi delle misure non cambieranno nulla. Bisognerà aspettare altri sei mesi per capire che succederà. In realtà il mercato interno si sta ristrutturando a prescindere dalla guerra sui dazi. Adesso è il momento giusto per entrare in Cina con proposte ben articolate».
E aggiunge: «Suggerisco ai produttori francesi e soprattutto italiani di stare tranquilli. Il mercato c'è perché sta crescendo. Io preferisco chiamare il mercato cinese big cake e sono convinto che questa torta potrà crescere, stretta com'è tra livelli bassi e alti. In mezzo c'è la nuova classe media».
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