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Questo articolo è stato pubblicato il 13 luglio 2013 alle ore 08:12.

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Ci mancava solo la «condizionalità macro-economica» per usufruire dei fondi strutturali Ue nel settennato 2014-20: non è uno scherzo di cattivo gusto nella nuova Europa che disdegna la solidarietà e parla quasi solo la lingua del rigore (per gli altri). È l'obiettivo molto concreto che oggi persegue il solito fronte del Nord, i paladini della "buona spesa" come Germania, Olanda, Gran Bretagna e scandinavi, per imbrigliare il solito Sud e in questo caso anche Est, entrambi grandi ma non sempre esemplari beneficiari degli aiuti Ue.
In ballo ci sono 325 miliardi di euro, poco meno di 30 per l'Italia, questa volta da destinare soprattutto al rilancio del potenziale europeo di crescita: ricerca e innovazione, Pmi, reti, digitalizzazione, sviluppo "verde".
L'europarlamento non ci sta. A bocciare in modo netto l'ennesima manovra intesa a condizionarne l'erogazione all'effettiva attuazione delle riforme macro-economiche nei singoli paesi, provvede però senza mezzi termini l'eurodeputata polacca Danuta Hubner, nota finora per le posizioni liberiste oltre che spesso filo-tedesche.
Per controllare l'andamento dei bilanci nazionali e delle riforme strutturali, «abbiamo già fiscal compact, 6-pack e 2-pack, non c'è quindi nessun bisogno di allungare le mani sui fondi Ue che investono in crescita e occupazione mettendoli in balia di questa incertezza giuridica». Tanto più che ogni paese già conosce la sua quota di aiuti e il loro utilizzo richiede un'ampia e preventiva programmazione. «È quindi incomprensibile, oltre che ingiustificata, questa continua corsa verso una sempre maggiore disciplina», conclude il presidente della commissione Affari regionali.
Non si saprà come si concluderà la partita probabilmente prima di ottobre. Dopo aver digerito a fatica un bilancio pluriennale tagliato in termini reali (80 miliardi) per la prima volta nella storia comunitaria, l'europarlamento sembra intenzionato a fare sul serio. A rialzare la testa, avvalendosi dei propri poteri per indurre Germania & Co. a posizioni più ragionevoli e meno ossessive in un'Unione stremata da recessione, eccesso di austerità e una disciplina sempre più invasiva.
Sarà che nell'Unione la misura è colma, lo strapotere tedesco sempre più urticante (per quasi tutti) e gli istinti euroscettici dilaganti dovunque. Sarà che in ottobre le elezioni in Germania saranno alle spalle e quelle europee del maggio 2014 più vicine, con la voglia di eurodeputati ed eurocrati di esistere, per essere rieletti o rinominati. Fatto sta che non solo l'europarlamento ma perfino la Commissione Ue comincia a lanciare tenui segnali di insofferenza.


È accaduto l'altro ieri con la proposta del commissario europeo al mercato unico, Michel Barnier, per creare il secondo pilastro dell'unione bancaria, autorità e fondo europeo per la risoluzione delle crisi: nei contenuti si è rivelata, fatto inconsueto, la seconda sfida aperta alla conclamata dottrina "nazionalista" della Germania, notoriamente allergica a qualsiasi sia pur flebile prospettiva di mutualizzazione dei rischi con i partner dell'euro. E non importa se, rimandando alle calende greche la rottura del legame perverso tra crisi bancarie e sovrane, perpetua nel tempo l'instabilità nell'eurozona: tanto comunque ci guadagna in abbondanza con i micro-tassi con cui finanzia i propri debiti e le proprie imprese. Dove porteranno questi ribelli vagiti delle due maggiori istituzioni Ue sarà tutto da vedere. Guardando a quello che è successo nell'ultimo quinquiennio, verrebbe da dire che finiranno più o meno in niente. Ma proprio perché il disagio si sente in questa Europa tedesca, che fa finta di darti qualcosa con una mano ma poi ti prende quasi tutto con l'altra, è possibile che prima o poi la musica non cambi ma si faccia meno prepotentemente stonata rispetto allo spartito europeo. Perché non si può essere un credibile paese leader se si predica il giusto recupero della stabilità degli altri ma poi si provvede a coltivare l'instabilità dilazionando all'infinito decisioni vitali sull'unione bancaria. O se si suona la grancassa su 6-8 miliardi di pronti aiuti contro la disoccupazione giovanile ma poi si bloccano i margini di manovra della Bei a sostegno delle Pmi, si fa finta di regalare flessibilità sugli investimenti produttivi e addirittura si medita di sottoporre l'esborso dei fondi strutturali per lo sviluppo dei paesi più deboli a nuove condizioni e controlli, come se l'Europa non fosse già un immenso e grigio riformatorio con le ore d'aria ridotte al lumicino e la voglia di futuro azzerata dagli incubi del presente. Nell'economia globale smantellare l'Europa equivarrebbe a un suicidio collettivo. È ora che anche la Germania, passate le elezioni, faccia seriamente la sua parte per preservarla.
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