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Questo articolo è stato pubblicato il 30 luglio 2013 alle ore 06:42.

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Fatti, fatti, fatti. Sarebbe bello se la scienza economica fosse questo: una scienza empirica come la fisica. Non può esserlo: cerca di imitare la sorella maggiore, per esempio attraverso una rigorosa formalizzazione dei suoi modelli; ma le resta - come ha spiegato da tempo l'economista Deirdre McCloskey della University of Illinois di Chicago - un "peccato originale": non tutte le grandezze previste o presupposte dai suoi modelli sono misurabili, e altre sono misurabili in modo approssimativo. A nessun fisico sarebbe permesso di procedere in questo modo.

Domani sarà la cronaca a imporre questa fondamentale obiezione (che gli economisti seri in qualche modo ammettono: la scelta dei "dati" è elemento fondamentale della critica delle ricerche statistiche proposte): il Bureau of Economic Analysis (Bea), l'ufficio statistico di Washington, ricalcolerà tutti i dati del prodotto interno lordo - quindi del principale dato economico - in modo da tener conto di alcuni "fattori immateriali". In questo modo i benefici futuri attesi delle spese per lo sviluppo di un nuovo farmaco, di quelle per girare un nuovo film, o scrivere una nuova canzone saranno introdotte nel pil indipendentemente dalle vendite che poi saranno realizzate.

Saranno considerati come investimenti: con un capannone o un macchinario - spiega la Bea - hanno alcune caratteristiche in comune. In particolare un diritto di proprietà - a volte creato, "costruito" dall'ordinamento giuridico - la durata, e l'utilizzo ripetuto. Finora queste spese erano considerati input intermedi o, in alcuni casi particolari, come consumi. Sfuggivano quindi alle statistiche «i benefici attesi nel futuro». La riforma vuole allora tener conto di questi fattori fondamentali della moderna "economia della conoscenza" (anche se non si estende a considerare come un asset il capitale umano).
C'è un problema, però: quello della misurazione. Non sempre - forse quasi mai - esistono prezzi evidenti, di mercato, per la "produzione" di ricerca e sviluppo che possano fare da guida certa. Occorrerà quindi far riferimento ad appositi indici, da aggiustare per la produttività. Analogamente, per le opere di entertainment, si calcolerà tra l'altro il valore attuale netto dei ricavi, e si userà un tasso di sconto fissato al 7% reale. Nello sforzo di avvicinarsi alla realtà, insomma, si perde precisione.
La riforma non si ferma qui. Saranno ricalcolati anche i contributi concessi dalle aziende ai lavoratori: finora era contabilizzato il loro valore "nominale", anche se si cercava poi di depurarli dall'inflazione, ora invece - semplificando molto - si aggiungerà la quota maturata, si potrebbe dire il "rateo", dei loro frutti.

La novità, in ogni caso, non è assoluta. Lo sviluppo dei programmi per computer e l'esplorazione mineraria sono già comprese nel pil Usa come investimenti. Ora il software sarà accorpato ai nuovi prodotti, e formeranno insieme "intellectual property products". La proprietà intellettuale, un tema ancora controverso - e soprattutto negli Usa, tra economisti di diversissimi orientamenti politici - si conferma quindi un elemento fondamentale del modello di sviluppo statunitense; e il riconoscimento statistico in un certo senso ne corona l'importanza.

I nuovi standard non sono però solo "americani". Sono stati definiti, nelle grandi linee, dalle Nazioni Unite nello Sna (System of national accounts) del 2008, sono già applicati da Australia e Canada, e potrebbero essere applicati l'anno prossimo anche da Eurostat. Probabilmente - ma dipenderà dalla "generosità" dei calcoli, in genere meno intensa nel Vecchio Continente - con effetti molto importanti. Gli americani si ritroveranno del resto con un pil più alto del 3%; e sarà interessante vedere come cambiano i tassi di crescita.

L'impatto politico sarà altrettanto forte. In una fase in cui sono centrali i rapporti deficit/pil (o valore aggiunto) e debito/pil, modificare contabilmente il denominatore non sarà irrilevante. Soprattutto se la possibilità di confrontare i pil (e i deficit, e i pil) è limitata dall'adozione - in ogni caso - di parametri di calcolo diversi. Si impone allora sempre più, in questa Babele statistica, un lavoro costante di traduzione.

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