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Questo articolo è stato pubblicato il 10 settembre 2013 alle ore 06:44.

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NEW YORK. Dal nostro corrispondente
Uno smantellamento dell'arsenale chimico siriano in cambio di una rinuncia all'attacco americano? L'ultimissimo sviluppo nel confronto mediatico fra Stati Uniti, Siria e Russia ha dominato la giornata, con l'idea che una battuta possa aver determinato una virata improvvisa nella dinamica politica che si sta sviluppando attorno al caso siriano. Se i piani di attacco americano contro la Siria procedono, non c'è dubbio che al centro del dibattito ieri c'è stata di nuovo la guerra mediatica, che ha raggiunto il suo apice. Barack Obama intervistato da sei televisioni americane, Bashar Assad in chiaro su CBS e PBS intervistato da Charlie Rose, ma, soprattutto, un'apertura russa e forse siriana a quella che sembrava una battuta del segretario di Stato John Kerry. Ieri, dopo un incontro con il ministro degli Esteri britannico Willam Hague Kerry aveva detto: «Cosa potrebbe convincerci a rinunciare all'attaco? Se la Siria consegnerà entro una settimana tutto il suo arsenale chimico e darà prova che tutto, dico tutto l'arsenale e' stato identificato e messo al sicuro sotto il controllo internazionale. Ma questo la Siria non lo farà anche perché non può essere fatto». Quella di Kerry era una battuta, “retorica” come ha precisato il dipartimento di Stato.
Ma è stato a quel punto, a sorpresa, che è intervenuto il ministro degli Esteri Sergei Lavrov: «Se mettere sotto il controllo internazionale l'arsenale chimico siriano potrà evitare un attacco siamo pronti a lavorare subito con Damasco», ha detto. Il ministro degli Esteri di Damasco Walid al Moulem è stato a sua volta preso in contropiede, «la proposta è benvenuta – ha detto -, l'inziativa russa è motivata dalla preoccupazione della leadership siriana per l'incolumità dei suoi cittadini e dalla nostra fiducia nella saggezza della leadership russa che cerca di prevenira l'aggressione americana contro la nostra gente». Moulem non è però entrato in dettagli e un fatto è certo: identificare a garantire il trasferimento di tutto l'arsenale chimico siriano è virtualmente impossibile. Ma è possibile che l'America dopo aver aperto un varco con una battuta del suo segretario di Stato non dia una chance alla pace se invece di una settimana si tratterà di due o di tre o di un mese? Il problema è che Assad non può rinunciare al suo deterrente principale, appunto l'arsenale di armi chimiche e dunque questa dal punto di vista americano diventa solo una scusa per aprire un negoziato, per tirarla di nuovo in lungo senza poi concludere nulla. Da Washington, dalla Casa Bianca, la risposta all'idea di consegnare l'arsenale chimico siriano è stata laconica: «Esamineremo la fattibilità di questa ipotesi», ha detto la Casa Bianca. Proprio ieri tuttavia, nell'intervista con la PBS Assad aveva detto di non poter confermare di avere armi chimiche. Per il resto la giornata è andata avanti secondo i programmi. Obama ha fatto le prove generali per il suo discorso di questa notte alla Nazione e ha affrontato quattro grandi tematiche, alcune in modo diretto come la dinamica e le ragioni dell'attacco, il percorso politico e il voto in Congresso, la quarta il rischio di un contrattacco, in modo indiretto. I quattro punti sono tutti legati fra loro, con risvolti complesse anche sul piano tecnico.
Obama dovrà mantenere il messaggio semplice: ragione per l'attacco, sicurezza nazionale; rischio di un contrattacco, quasi nullo; il percorso politico per cambiare il regime in Siria, procederà a Ginevra su un binario parallelo; voto in Congresso, è l'elemento di maggiore incertezza: con il suo discorso Obama dovrà conquistare non tanto i cuori, quanto le teste degli americani.
Come ha detto ieri anche Anthony Blinken, il numero due del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, l'America isola la questione armi chimiche dalla questione regime change. Interviene per “punire”, per affermare un precedente, non per abbattere ora Assad. In dossier, l'amministrazione ha un progetto molto complesso, articolato su piu' punti. Le ragioni dell'attacco non sono soltanto per riaffermare la linea rossa in Siria, sono anche per dimostrare ai vicini, all'Iran, a Hezbollah, che al di là di certi limiti l'America interviene. Con l'Iran c'è la partita aperta sul nucleare. Obama e altri presidenti prima di lui hanno detto che se Teheran non rinuncerà alla bomba atomica l'opzione militare è possibile. Fare marcia indietro ora sarebbe un grave danno per la credibilità americana, in genere, ma soprattutto nei confronti dell'Iran. Si vuole anche dimostrare alla Russia di Putin che Washington non incassa umiliazioni gratuitamente. Con ieri però ai due binari di Obama se ne aggiunge un terzo, quello del disarmo siriano. Il Presidente non potrà ignorare l'abile mossa russa, anche perché Mosca ha mostrato di eccellere non solo nell'arte della comunicazione ma in quello della manipolazione. E quando in ballo c'è un voto al Congresso, la Casa Bianca dovrà prima sconfiggere in modo convincente la “manipolazione” e poi vincere la comunicazione.
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