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Questo articolo è stato pubblicato il 06 ottobre 2013 alle ore 15:38.

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Kienge con il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini (Ansa)Kienge con il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini (Ansa)

Il camion frigorifero fermo sul molo Favarolo di Lampedusa accoglie uno dopo l'altro le salme dei sedici migranti somali ed eritrei ripescati stamani dai palombari della Marina militare e i sub di tutti i corpi militari. Sopra il parabrezza del Tir che non spegne mai i motori c'è una scritta che sembra un'esortazione: Wakan Tanka. Ad assistere alla scena c'è il ministro all'integrazione Cecil Kyenge («la prossima settimana avvieremo un coordinamento interministeriale per rivedere la Bossi-Fini»), che in mattinata ha visitato il centro di prima accoglienza di contrada Imbriacola. Il molo Favarolo e contrada Imbriacola sono i toponimi luttuosi di un'isola ripiombata ai tempi bui dell'invasione di 50mila tunisini: grandi slanci di solidarietà, qualche scena di insofferenza e una passerella senza sosta di uomini e donne della politica.

Mercoledì arriverà nella maggiore delle isole Pelagie il presidente della commissione europea Manuel Barroso. Una visita cruciale, almeno in teoria, per il ruolo che Bruxelles dovrebbe giocare nella governance di flussi imponenti di migranti tra Africa, Medio Oriente ed Europa. Sembra lo scontro fragoroso tra due mondi, due zolle tettoniche che in questa zattera persa nel Mediterraneo si urtano fino quasi a sovrapporsi.

Lampedusa, nel corso della sua storia millenaria, è stato il porto franco di fazioni in guerra che sostavano qui per effettuare rifornimenti, rifocillarsi e riprendere il mare. Un luogo neutrale per la sua stretegicità che obbligava persino i saraceni e i cristiani a una sorta di pax forzata. L'atena acefala del III secolo avanti Cristo, l'unico pezzo che fa bella mostra di sé nel museo di Lampedusa aperto e chiuso tre anni fa nel giro di qualche settimana, rappresenta allo stesso tempo la rilevanza geopolitica e la marginalità politica di questa isola. La sua collocazione imporrebbe un ripensamento delle forze in campo malgrado gli sforzi sempre coronati dal successo di questi ultimi anni. Un ufficio circondariale marittino della Guardia costiera con un organico di 80 uomini e cinque motovodette (ma prima del 2010 erano solo due) non appare adeguato a fronteggiare una situazione così drammatica, anche se va calcolato il contributo della Guardia di Finanza e delle sue imabrcazioni impegnate però anche su altri fronti. Pure la dotazione tecnologica è suscettibile di forti miglioramenti: la sala operativa consta di tre computer, due radio e uno schermo radar. Un know how satellitare più sofisticato darebbe informazioni più precise e tempestive sulle imbarcazioni che si muovono nel canale di Sicilia. Ma il portavoce della Guardia costiera, Filippo Marini, tronca ogni possibile conversazione: «Sul sistema satellitare non dico una parola».

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