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Questo articolo è stato pubblicato il 14 novembre 2013 alle ore 07:27.

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Domanda da 42mila miliardi di dollari: riusciranno Cina e India a confermare nei prossimi 20 anni i loro tassi di crescita oppure l'espansione delle loro economie rallenterà fino ad avvicinarsi alla media mondiale? La cifra indicata riguarda il valore del differenziale tra questi due scenari. All'interrogativo danno una risposta poco incoraggiante l'ex Segretario del Tesoro Usa Lawrence Summers e l'economista Lant Pritchett, secondo i quali è praticamente impossibile che la crescita nei due più popolosi Paesi del mondo possa continuare ai ritmi registrati negli ultimi anni (e per la Cina da un ventennio). Così mettono in guardia contro l'"Asiaforia": quell'euforia che da anni contagia analisti e investitori sulle magnifiche sorti e progressive del continente che anche nell'opinione comune dovrebbe dare la sua impronta a un XXI secolo seguito al "secolo americano" che a sua volta prese il testimone dal "secolo europeo". L'avvertimento relativo al lungo termine cade in un momento in cui il dibattito è intenso sulle circostanze che stanno portando i Paesi avanzati a riconquistare una maggiore fetta della crescita mondiale rispetto ai Paesi emergenti, oltretutto assai vulnerabili alla prospettiva dell'avvio del tapering da parte della Fed: una riconquista che si deve soprattutto ai venti di ripresa dell'economia americana e di quella del Giappone (Tokyo, però, oggi dovrebbe annunciare per il terzo trimestre una espansione del suo Pil più che dimezzata rispetto ai tassi intorno al +4% dei primi due trimestri).
«Attaccare il carro della futura crescita globale al cavallo dei giganti asiatici comporta rischi sostanziali», dicono Summers e Pritchett: non si tratta tanto di specifici ostacoli (per quanto ci siano anche fattori particolari in gioco, come i sistemi legali), quanto di una dinamica normale - quasi una legge dello sviluppo storico delle nazioni - che ha sempre visto l'alternanza tra periodi di crescita molto accelerata a fasi di decelerazione fino a un declino intorno alla media dell'espansione mondiale. È una tesi su una sorta di "forza di gravità" che si può coniugare con quelle che si soffermano sulla middle income trap che attende al varco i Paesi costretti a modificare un modello di sviluppo basato su ampia disponibilità di lavoro e investimenti verso una più problematica crescita basata su innovazione, alta produttività e consumi. Non a caso da anni la preoccupazione dei dirigenti cinesi è quella di come quadrare il cerchio tra garantire i robusti tassi di crescita necessari alla stabilità sociale e alla legittimazione del ruolo del Partito con l'evitare di incappare nella sindrome giapponese. Il Giappone tra gli anni 80 e 90 del secolo scorso era passato con sorprendente rapidità da un boom economico fatto di export e investimenti, promosso da un sostanziale dirigismo pubblico e accompagnato da una bolla immobiliare, a una lunga fase di stagnazione. Per quanto le Borse si spaventino a ogni arretramento di frazioni percentuali del Pil cinese, si moltiplicano le opinioni di esperti che suggeriscono a Pechino di rassegnarsi a una crescita molto più bassa per evitare guai futuri, sulla scia di quanto da anni predica Michael Pettis, professore all'Università di Pechino. Se Pettis consiglia nel suo nuovo libro alla dirigenza cinese di concentrarsi più sulla crescita del reddito delle famiglie e meno su quella del Pil, la risposta del Terzo Plenum del Partito - pur con qualche ambiguità - sembra scommettere sull'assegnazione al mercato di un ruolo più importante per puntellare crescita ed evoluzione del Paese verso un modello di sviluppo più diversificato.
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