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Questo articolo è stato pubblicato il 29 novembre 2013 alle ore 06:51.

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Paolo
Bricco Il profilo di politica giudiziaria del caso Ilva sta mutando rapidamente. L'ingresso della procura di Milano nella vicenda ha modificato in pochi mesi tutti gli equilibri, apportando alla vicenda industriale e ambientale un aspetto finanziario senza il quale diventerebbe difficile coglierne la sostanza e le sfumature. Milano non significa, soltanto, la richiesta di risarcimento danni depositata da Bondi due giorni fa alla sezione specializzata in diritto dell'impresa contro i Riva, che avrebbero usato l'Ilva alla stregua di un bancomat. Milano significa più in generale il pool di Francesco Greco. Nell'architettura barocca dell'Ilva come caso di scuola della prassi giudiziaria italiana, è stato introdotto un elemento di razionalità modernizzante. Sta diventando qualcosa di concreto l'accordo di collaborazione fra le procure di Taranto e di Milano. Ogni dieci-quindici giorni il custode giudiziale dell'Ilva, Mario Tagarelli, prende l'aereo e va a parlare con Greco e i suoi collaboratori. È lui, ex presidente dell'ordine dei commercialisti di Taranto, l'ufficiale di collegamento prescelto per condividere le informazioni e per regolare il flusso di dati che da Taranto si muove verso Milano e che da Milano torna a Taranto. Milano si occupa di reati fiscali. Taranto di reati ambientali. Lo scorso 3 ottobre il procuratore aggiunto di Milano, Francesco Greco, e il sostituto Stefano Civardi, che si occupano appunto dei reati fiscali attribuiti alla famiglia Riva, sono stati cinque ore al terzo piano del palazzo di giustizia di Taranto, a parlare con il capo della procura pugliese Franco Sebastio, l'aggiunto Pietro Argentino, i sostituti Remo Epifani, Mariano Buccoliero e Giovanna Cannarile, più gli investigatori della Guardia di finanza e lo stesso Tagarelli. L'obiettivo è, appunto, quello di fare convergere le due azioni giudiziarie. Una scelta razionale. In linea teorica, infatti, la procura di Taranto, dove sono in gioco reati contro l'ambiente e di associazione a delinquere, avrebbe potuto avocare a sé anche la tranche milanese, dato che gli 1,9 miliardi di euro della famiglia Riva scoperti all'estero proverrebbero (almeno) in parte dall'Ilva.
La procura di Taranto, in diverse occasioni, ha peraltro dato l'impressione di trovarsi più che a disagio nella gestione di problemi industriali e di questioni di finanza aziendale che sono difficili da maneggiare soltanto con l'unilateralità dei codici. Se avesse compiuto una simile rivendicazione, si sarebbe scatenata una guerra giudiziaria fra procure che avrebbe irrorato di benzina il fuoco che, nel caso Ilva, cova sotto la cenere e che, nell'ultimo anno e mezzo, è spesso divampato all'improvviso. Questo, invece, per fortuna non è successo.
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