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Questo articolo è stato pubblicato il 22 dicembre 2013 alle ore 08:45.

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Era uno dei patriarchi della critica letteraria italiana, dall'alto dei suoi novant'anni e dalla pila dei volumi e degli articoli pubblicati: il gesuita Ferdinando Castelli - spentosi il 13 dicembre scorso - sulle pagine di una rivista più che secolare, La Civiltà Cattolica, non ha mai temuto di inoltrarsi anche nei territori più remoti della letteratura moderna, navigando fino alle "isole estranee" (o straniere o inesplorate) - per usare una metafora di Giovanni della Croce - collocate agli antipodi della fede. In particolare, tra il 1987 e il 1995, aveva pubblicato presso le Edizioni Paoline (ora San Paolo) un trittico di tomi sui Volti di Gesù nella letteratura moderna, convocando una settantina tra i maggiori esponenti della cultura degli ultimi due secoli.
Si trattava di una vera e propria galleria in cui i volti di Cristo spesso lasciavano intravedere i volti degli stessi autori, non sempre adoranti, anzi talora scettici. Eppure per tutti poteva valere la testimonianza di uno di loro, Borges, che nel suo Cristo in croce confessava: «Il volto non è il volto dei pittori. / È un volto duro, ebreo. / Non lo vedo / ma insisterò a cercarlo / fino al giorno dei miei ultimi passi sulla terra». Questa ricerca che può approdare a un incontro o a uno scontro, continua ininterrottamente: tanto per esemplificare, ho qui davanti a me il recente Gesù. Un racconto sempre nuovo di Davide Rondoni (Piemme) e nella premessa editoriale si ricorda che quello dell'Uomo di Nazareth «è uno dei due racconti a cui tornare sempre, come diceva Borges, sul destino e sul senso. L'altro è quello di Ulisse».
P. Castelli aveva, così, deciso di allargare l'orizzonte della sua analisi tendendola fino alla contemporaneità, nella ferma convinzione che Cristo fosse appunto una figura perenne. La lettura dei Vangeli, infatti, lascia in tutti una punta di "insonnia" o almeno impedisce che se ne esca indenni. Sono ora ventotto gli autori convocati sulla ribalta. E il bilancio finale, a nostro avviso, è piuttosto deludente. Le ragioni sono diverse. Proviamo ad elencarne alcune. C'è il fatto che si è assistito in questi ultimi decenni a un abbassamento della qualità letteraria, della tensione ideale, dell'intensità dell'ispirazione, della potenza dei progetti. E non lo diciamo comparando questi scrittori, ad esempio, a un Dostoevskij, nei cui confronti necessariamente (e senza offesa) risulterebbero come nani.
Lo diciamo semplicemente rapportando la loro lunga sequenza coi primi scrittori che Castelli evocava, ancora appartenenti alla precedente e ben più alta stagione letteraria: un fremente Giuseppe Berto, un'emozionante Natalia Ginzburg, un'inattesa Anna Maria Ortese (della quale ha scovato un piccolo saggio su Cristo e il tempo in una raccolta edita nel 2011 da Adelphi) e persino uno sgangherato, blasfemo e un po' kitsch Saramago. Gli altri che seguono, snocciolati in una serie di ritratti, tranne qualche sussulto e la riconosciuta buona volontà e in alcuni casi la personale passione, increspano a fatica la mente e l'anima del lettore.
C'è, comunque, un'altra ragione per questo calo qualitativo ed è la temperie in cui tutti siamo collocati: siamo, infatti, immersi in un'atmosfera fatta di medietà grigia, di indifferenza secolarizzata ove tutto s'appanna e s'annebbia. Anzi, per usare una provocazione di Cioran, lo stesso cristianesimo viene spolpato, ridotto a un ossame di aride verità e di proposte etiche, privato della carne sanguinante del suo scandalo. Di fronte a questo clima, alcuni si lasciano condurre dalla deriva e il Cristo che risulta è una stanca reiterazione che impallidisce dinanzi alla potenza originale dei Vangeli. Altri, invece, imboccano la scorciatoia della dissacrazione, immaginando di ergersi al livello da vertigine di un Nietzsche. Altri, all'opposto, si affannano sul sentiero della volenterosa apologetica o della retorica.
In questo panorama poco esaltante p. Castelli entrava certamente con la sua acribia di sempre: egli era uno dei pochi critici che leggono veramente, integralmente e attentamente i libri che recensiscono. Ma, a nostro modesto avviso, la sua lente questa volta era riuscita a riflettere sulle pagine esaminate più luce di quanto meritino. Faccio solo un esempio un po' distante, per non toccare la suscettibilità di autori più vicini a noi che forse meriterebbero giudizi analoghi: il volume enfatico, simile più a una meditazione che ignora la sobrietà icastica evangelica, intitolato Il giorno viene dell'ebreo-cristiano Shlomo Kalo è accolto con entusiastica generosità, forse più per la matrice religiosa dello scrittore per l'effettivo merito letterario e tematico.
Ciononostante, la galleria di ritratti allestita da p. Castelli è ugualmente utile e significativa, sia pure con la presenza di alcune "croste" e con l'oscillazione degli stessi generi letterari (ad esempio, L'uomo che divenne Dio di Gerald Messadié è un "romanzo storico", come vuole l'autore o ha una "pretesa storica", come ipotizzano i suoi aspri critici, gli esegeti Grelot e Sesboüé?). Infatti, accanto ad alcuni profili di Gesù la cui omissione non lascerebbe nessun vuoto, né letterario né religioso, altri rivelano talora qualche lineamento di originalità e lasciano intravedere bagliori. Certo è che si riconferma una tesi indiscutibile, quella dell'imprescindibilità della figura di Cristo per la civiltà occidentale, come scriveva Jaroslav Pelikan: «Al di là di ciò che ognuno possa personalmente pensare o credere di lui, Gesù di Nazareth è stato per quasi venti secoli la figura dominante nella storia della cultura occidentale». E p. Castelli citava in apertura l'ironica osservazione di un noto studioso del passato, Giuseppe Ricciotti: chi mai potrebbe pensare oggi di bestemmiare Socrate, Giulio Cesare o Napoleone? Gesù, invece, è ancor oggi amato e bestemmiato.

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