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Questo articolo è stato pubblicato il 22 gennaio 2014 alle ore 06:44.

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TARANTO
Il provvedimento con cui il gip di Taranto, Patrizia Todisco, ha sequestrato, nei mesi scorsi, beni e conti del gruppo siderurgico Riva presenta «aspetti di abnormità strutturale che lo pongono fuori dall'ordinamento con l'esigenza della sua conseguente rimozione».
È netto il pronunciamento dei giudici della Corte di Cassazione a proposito dell'ordinanza con cui il gip, nell'ambito dell'inchiesta sull'inquinamento dell'Ilva, a partire da maggio 2013 aveva messo sotto chiave 8,1 miliardi di euro partendo da Riva Fire ed estendendosi alle società collegate tra cui Riva Energia, Riva Acciaio e Muzzana Trasporti. Un maxi sequestro che la Cassazione ha annullato senza rinvio poco prima di Natale, liberando dai «sigilli» anche le società controllate dall'Ilva amministrate dal commissario Enrico Bondi. Ieri c'è stato il deposito delle motivazioni.
Esaminando gli atti del gip, la Suprema Corte dice che «in difetto di una richiesta da parte del pm», è stata autorizzata «una estensione del sequestro preventivo in relazione a oggetti (azioni, quote sociali, cespiti aziendali ecc.) e a destinatari (le società ricorrenti, neanche sottoposte a indagine riguardo ai fatti di reato oggetto di contestazione) del tutto diversi rispetto a quelli indicati nell'originario decreto». La Cassazione rammenta infatti che «il decreto di sequestro aveva come soggetti destinatari Riva Fire (ovvero l'ente, o gli enti, eventualmente nati dalla sua trasformazione o fusione, anche per incorporazione o scissione parziale) e solo in via meramente subordinata - in caso di incapienza dei beni della prima - l'Ilva spa». Il gip, invece, non ha illustrato «i motivi dell'autorizzata estensione, oggettiva e soggettiva, della misura cautelare reale anteriormente disposta». Ma soprattutto, rileva la Cassazione, non vengono spiegate «le ragioni dell'estensione del sequestro rispetto a soggetti e beni ricompresi nel provvedimento cautelare genetico, omettendo peraltro di specificare i motivi per i quali tali beni – facenti capo a società giuridicamente autonome anche se controllate rispetto a quelle coinvolte nell'indagine – siano stati considerati profitto dei reati associativi e ambientali». Soprattutto «non vengono illustrate le ragioni per cui i beni costituenti oggetto del sequestro debbano considerarsi profitto del reato e dunque aggredibili con una misura cautelare reale».
E ancora, secondo la Cassazione, l'ampliamento del sequestro a società che si ritengono controllate o comunque nell'orbita di Riva Fire e Riva Forni Elettrici «poggia su un presupposto la cui esistenza rimane indimostrata». Infatti, «non è possibile sulla base di una relazione di controllo o di collegamento societario solo genericamente prospettata ricavare l'esistenza di alcun nesso logico-giuridico tra quest'ultimo e il conseguimento di eventuali illeciti benefici da parte delle controllate».
Intanto procede alla Camera dei deputati l'esame in aula del decreto legge 136 sull'Ilva di Taranto e sulla Terra dei Fuochi. La conclusione del voto è attesa oggi, dopodichè il decreto andrà in Senato. Infine sul piano di rilancio dell'Ilva presentato alle banche dal commissario Enrico Bondi arriva un'apertura dell'ad di Unicredit, Federico Ghizzoni: «L'Ilva – sostiene il top manager – non è un'azienda in restructuring o da salvare. Ha una solidità patrimoniale importante. Non la classificherei tra le aziende in crisi».
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LA SENTENZA
La decisione
Sul Sole 24 Ore del 21 dicembre scorso la notizia
del sequestro di 8 miliardi annullato dalla Cassazione
con revoca senza rinvio

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