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Questo articolo è stato pubblicato il 21 febbraio 2014 alle ore 06:43.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 12:12.

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Giovedì 20 febbraio, avrebbe dovuto essere una giornata di lutto per le 26 vittime di martedì scorso. E invece l'inferno è piombato su Kiev. Una finzione di tregua annunciata nella notte si è polverizzata ancor prima dell'alba in nuove esplosioni. Ma a quel punto il confronto tra forze dell'ordine e dimostranti si è manifestato su un piano diverso rispetto ai giorni precedenti. Non più scontri, ma guerra. Cento morti e 500 feriti, dice la Cnn citando i responsabili medici del fronte dei dimostranti.

Secondo le autorità sanitarie della capitale, invece, il bilancio è di 75 morti da martedì, almeno 39 negli scontri di ieri, 76 i feriti gravi. La battaglia di Kiev è durata tre ore, e quando gli scontri si sono attenuati i dimostranti avevano riguadagnato posizioni nel Maidan, la piazza dell'Indipendenza cuore della rivolta. Se finora avevano per lo più combattuto con lanci di molotov e di sassi, e dall'altra parte le forze dell'ordine rispondevano con cannoni ad acqua, lacrimogeni e granate stordenti, ieri il ministro degli Interni Vitaly Zakharchenko, apparso in mimetica in tv, ha autorizzato i Berkut, gli agenti antisommossa, a sparare per autodifesa, ma anche per liberare 67 agenti caduti in ostaggio dei manifestanti. Armi pesanti sono ormai in mano anche a questi ultimi, e sono colpi di arma da fuoco a uccidere. Entrambe le parti danno la caccia a diversi cecchini, appostati sui tetti degli edifici presso il Maidan.

Fin dall'alba, i dimostranti si aspettavano l'offensiva. Il giorno precedente Oleksandr Yakimenko, il capo dei servizi di sicurezza ucraini, aveva annunciato l'avvio di un'operazione anti-terrorismo in tutto il territorio nazionale, preludio di un intervento dell'esercito, che finora aveva ripetuto di voler rimanere ai margini della crisi. La sera di mercoledì il presidente Viktor Yanukovich aveva silurato il generale Volodymyr Zamana, capo di stato maggiore sostituito dall'ammiraglio Yuri Ilyn: quando, all'inizio di febbraio, Yanukovich aveva considerato per la prima volta l'imposizione di uno stato d'emergenza, il generale Zamana lo aveva pubblicamente criticato. In caso di stato d'emergenza, fa sapere ora il ministro della Difesa Pavlo Lebediev, le forze armate sono pronte a schierarsi: un'operazione anti-terrorismo dà ai militari il potere di perquisire, arrestare e perfino sparare contro civili. Ma ieri sera il Parlamento ha condannato con 236 voti su 238 deputati presenti su 450, l'uso della forza contro i manifestanti e ha proibito le operazioni antiterrorismo.

C'è comunque chi è convinto che se Yanukovich dovesse proclamare lo stato d'emergenza, intere unità di polizia potrebbero disertare, almeno nelle province occidentali del Paese: è quanto avvenuto nella regione della Transcarpazia, al confine tra Polonia, Slovacchia, Ungheria e Romania, dove la polizia è passata dalla parte dei manifestanti. Defezioni anche a Kiev, dove il sindaco Volodymyr Makeyenko ha lasciato il Partito delle Regioni che appoggia il presidente. Altri deputati hanno invece sottoscritto una dichiarazione in cui esortano le truppe antisommossa e la polizia a «non rispettare la direttiva criminale» con cui vengono autorizzati ad aprire il fuoco contro i dimostranti.
Come se il mondo della politica fosse ormai completamente scollegato dalla realtà, come se chi spara nelle strade prendesse ordini altrove, la tregua annunciata da Yanukovich la notte di mercoledì e confermata dai leader dell'opposizione non si è mai materializzata: moltissimi manifestanti del resto - e non solo gli estremisti - non si riconoscono nei partiti di Vitaly Klitschko e Arseniy Yatsenyuk. In un'altra dimensione rispetto al Maidan in fiamme, ma a pochi metri dalla battaglia, Yanukovich ha parlato per quattro ore con i tre ministri dell'Unione Europea - il francese Laurent Fabius, il tedesco Franz-Walter Steinmeier, il polacco Radoslaw Sikorski. I ministri avrebbero dovuto rientrare ieri pomeriggio a Bruxelles per partecipare al Consiglio Esteri convocato d'urgenza, ma l'incontro si è prolungato. E in serata c'è stata una telefonata tra il presidente americano Barack Obama e la cancelliera tedesca Angela Merkel la quale ha poi sentito anche il premier russo Vladimir Putin.

Fonti europee parlano di speranze su un compromesso: la trojka resterà a Kiev fino a oggi per lavorare a una roadmap per risolvere la crisi. Il piano prevede la creazione di un governo transitorio che conduca a elezioni presidenziali anticipate. E la via d'uscita su cui si lavora dovrebbe coinvolgere la Russia, dal momento che in seguito a una telefonata tra Yanukovich e Vladimir Putin, il Cremlino ha annunciato l'invio a Kiev del consigliere del presidente russo per i diritti umani, Vladimir Lukin, con l'incarico di mediare tra le autorità ucraine e i manifestanti. Al termine dell'incontro, la trojka ne ha riferito l'esito ai capi dell'opposizione. Intanto da Bruxelles era già arrivato l'annuncio della decisione presa, l'approvazione di sanzioni «contro i responsabili della violenza e dell'uso eccessivo della forza in Ucraina».

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