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Questo articolo è stato pubblicato il 02 marzo 2014 alle ore 08:16.

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Bella, strategica ma difficile da difendere, esposta com'è ad attacchi esterni da ogni lato. Il destino della Crimea è stato passare di mano innumerevoli volte, e così entrare nella memoria storica di greci, bizantini, mongoli, turchi, russi e non solo. “Una nobile follia”, è un romanzo del 1866 (pubblicato per la prima volta a puntate proprio da “Il Sole”) in cui Iginio Tarchetti racconta la battaglia della Cernaia attraverso gli occhi di un giovane piemontese, chiamato a prendere parte a una guerra voluta da Francia e Gran Bretagna per mettere a freno le mire espansioniste dell'impero zarista sul Mar Nero, e poi sul Mediterraneo. Per come è formata, la penisola è come se ci si volesse proiettare dentro, nel mare.
Sochi è dall'altra parte, sulla costa orientale. E anche se i giorni delle Olimpiadi sembrano ora incredibilmente lontani, il messaggio che la Russia manda da Sebastopoli non è diverso da quello che Vladimir Putin ha trasmesso organizzando i Giochi laggiù, alle pendici del Caucaso. Qualcosa come “siamo ai confini dell'impero, ma da queste parti è la Russia a dettar legge. Crimea compresa”. Una curiosità: a Sochi come a Simferopol sono riapparsi i cosacchi, incaricati dallo Zar di fare la guardia alle frontiere.
In Crimea sono riesplosi i nodi intrecciati dalla storia, la più lontana e quella più recente. Prima dell'arrivo di Caterina la Grande, e dell'annessione alla Russia nel 1783, per 300 anni la penisola era stata abitata dai tartari, governati dall'Impero ottomano. Oggi, tornati a coprire il 12% di una popolazione di 2,3 milioni di abitanti, i tartari di Crimea sono i più decisi avversari dei russi. Alcuni hanno iniziato a creare unità di autodifesa. La loro reazione a un intervento di Mosca potrebbe introdurre nella partita un elemento islamico, anche se l'estremismo non ha mai fatto parte del loro retaggio. Però alle loro spalle è la tragedia della deportazione ordinata nel 1944 da Stalin, che li considerava collaboratori dei nazisti. Decimati nell'esilio in Asia centrale e in Siberia, i tartari poterono tornare solo nel 1991, in quella che era diventata Ucraina. Un ritorno difficile, in una patria dove non avevano più nulla.
Di fronte a loro, anche i russi etnici (il 58,5%) traggono forza dal passato. Tra loro ci sono molti veterani, e militari in pensione rimasti in Crimea. Chiamano “nazionalisti fascisti” gli ucraini, cantano l'inno sovietico, si appuntano agli abiti il nastro arancione e nero di San Giorgio, quello che ogni russo porta con orgoglio il 9 maggio per celebrare la Grande vittoria patriottica sul nazismo. Dal lontano 1954, ogni volta che tra Russia e Ucraina nascono tensioni è in Crimea che si infiammano.
Nikita Khruscev avrà immaginato che quel regalo, la cessione della Crimea dalla Russia alla “sua” Ucraina, non avesse conseguenze. Risistemava i confini interni di due repubbliche sorelle, in omaggio alla loro unità: mai avrebbe messo in dubbio il futuro dei confini sovietici. Khruscev partiva dal fatto che Kiev era più vicina di Mosca, più comodo organizzare trasporti e scambi commerciali. Ma l'Ucraina, invece, è sempre rimasta lontana, in particolare da Sebastopoli che fino al 1978 mantenne uno status speciale. “Questa è una città russa”, dicono gli abitanti di quella che Stalin onorò come “città eroe” per aver sopportato un secondo assedio, quello nazista.
Quando l'Ucraina proclamò l'indipendenza, nel 1991, alla Crimea garantì un'ampia autonomia mentre Mosca nel 1994 si impegnava a garantire l'integrità territoriale dell'Ucraina, prendendo in carico il suo arsenale nucleare.
Nel 1995, quando alla presidenza della repubblica autonoma venne eletto un separatista pro-russo, il governo di Kiev abolì la carica per attribuirsi la nomina di un rappresentante presidenziale e del primo ministro. Ma tra Kiev e Mosca i veri problemi inizieranno solo con la Rivoluzione arancione del 2004. Saranno i nuovi leader - Viktor Yuschenko e Yulia Tymoshenko - a mettere in discussione l'accordo che nel 1997 aveva garantito alla Russia un leasing di 20 anni per la sua Flotta del Mar Nero nelle basi di Crimea. Così, quando nel 2010 Viktor Yanukovich venne eletto presidente, Mosca si affrettò a stringere un nuovo accordo che prorogava l'affitto di altri 25 anni. Da allora, dalle basi di Sebastopoli le navi russe del Mar Nero sono partite per esercitazioni nel Mediterraneo, prova di forza voluta da Putin per mostrare la bandiera fuori degli antichi confini dell'Urss. A quella postazione privilegiata, come ha chiarito definitivamente ieri, il presidente russo non intende rinunciare.
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IL REGALO DI NIKITA
Avamposto strategico
La penisola di Crimea è stata secolarmente al centro di dispute territoriali e teatro
di conflitti.
I fatti più recenti sono rappresentati dalla svolta del 1954, quando l'allora leader sovietico Nikita Kruscev "regalò" la penisola all'Ucraina.
Si trattò in realtà di una cessione territoriale più di forma che di sostanza, seguita nel 1992 da accordi che sancirono il suo status di regione autonoma rispetto a Kiev, dotata di un proprio Parlamento.

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