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Questo articolo è stato pubblicato il 27 aprile 2014 alle ore 08:13.

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Il governo portoghese sta valutando in queste ore come uscire dal programma di aiuti iniziato con il bailout da 78 miliardi di euro concordato nel maggio del 2011. I colloqui con l'Unione europea e con il Fondo monetario sono intensi ma il premier Pedro Passos Coelho ha ormai pochi dubbi e sembra determinato a lasciarsi alle spalle il salvataggio internazionale senza ulteriori sostegni, rinunciando dunque alla linea di credito precauzionale che da Bruxelles e da Washington gli era stata prospettata per «rassicurare gli investitori».
Si chiude l'era dei bailout
Il Portogallo si prepara così a seguire il percorso tracciato dall'Irlanda, che nel dicembre scorso ha detto addio alla troika Ue-Fmi-Bce dopo tre anni e 67,5 miliardi di finanziamenti, scegliendo di non avere più alcuna protezione dall'Europa e dal Fondo. Gli ottimi risultati del test effettuato sul mercato questa settimana, con la prima emissione non controllata di bond dal bailout, ha dato ulteriore fiducia a Lisbona: il Tesoro portoghese ha infatti collocato in asta 750 milioni di euro di titoli decennali a un tasso di interesse del 3,6%, lontanissimo dal 15% registrato all'apice della crisi nel 2012. «Non sembra esserci bisogno di una linea di credito precauzionale, la situazione è molto migliorata», ha spiegato all'agenzia DowJones un funzionario della Commissione europea. Dal governo di Passos Coelho fanno sapere che la decisione verrà comunicata ai partner europei nel vertice del 5 maggio, ma spiegano che «chiedere altri aiuti, anche se in modo solo precauzionale, è molto complicato», perché «richiederebbe nuovi passaggi parlamentari nei Paesi membri, compresa la Germania». E soprattutto - aggiungono da Lisbona - «c'è la volontà di riconquistare la piena sovranità nazionale, di non avere più la pressione della troika, di riguadagnare margini politici di decisione». Con motivazioni simili la Spagna di Mariano Rajoy - che comunque anche nelle fasi più difficili non ha mai perso l'accesso al mercato - ha annunciato già a fine dicembre l'uscita dal programma di sostegno di Bruxelles avviato nel 2012 con un prestito internazionale di 41 miliardi con i quali Madrid ha ricapitalizzato il sistema bancario al collasso. Dopo essere stata per mesi la grande malata del continente, la quarta economia dell'Eurozona è uscita dalla recessione e ha ritrovato competitività. Uno dopo l'altro Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, marchiati per sempre dall'acronimo Pigs, stanno uscendo dal programma di aiuti internazionali.
La svolta per la Grecia
La stessa Grecia - il Paese simbolo della crisi dell'Eurozona, salvato due volte dopo che era stato dato per spacciato già nel 2010 - fa registrare netti miglioramenti negli indicatori economici tanto che sta negoziando un nuovo sconto sul debito e dieci giorni fa, approfittando del vento favorevole, si è riaffacciata sul mercato con successo. Il governo di Antonis Samaras è tornato a finanziarsi sui mercati, dopo quattro anni, collocando tre miliardi di euro in bond quinquennali a un tasso del 4,95 per cento: quasi un miracolo - anche se l'asta è stata gestita attraverso un sindacato di banche - se si considera che i rendimenti sui titoli decennali greci due anni fa avevano superato il 30 per cento. «Atene - ha commentato il vicepremier, Evangelos Venizelos - si sta lasciando alle spalle il salvataggio e la maggior crisi del dopoguerra».
I costi dell'austerity
È troppo presto per dire se l'uscita dai programmi di aiuto internazionale sia un successo per la linea del rigore della troika (e della Germania di Angela Merkel). Il risanamento dei bilanci pubblici dei Paesi periferici è innegabile anche se il loro debito è aumentato in modo consistente. Nella stabilizzazione dell'Eurozona ha inoltre avuto un ruolo determinante la Banca centrale europea guidata da Mario Draghi. Di certo, in seguito la recessione e le misure di austerity imposte da Bruxelles, hanno fatto pagare ai Pigs costi sociali elevatissimi. Il tasso di disoccupazione è triplicato in Grecia e quasi raddoppiato negli altri tre Paesi salvati, mentre il reddito pro capite è costantemente diminuito. Dall'inizio della crisi in Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna i cittadini disoccupati sono passati da 3,5 milioni a 8,5 milioni. I minori di 18 anni che vivono in una famiglia senza alcun reddito sono raddoppiati da 28 a 56 milioni. E secondo i dati del Fondo monetario non basteranno dieci anni per tornate ai livelli occupazionali pre-crisi.
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