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Questo articolo è stato pubblicato il 28 aprile 2014 alle ore 12:17.
L'ultima modifica è del 28 aprile 2014 alle ore 15:27.

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Gianpaolo Tarantini (Olycom)Gianpaolo Tarantini (Olycom)

Dagli atti del processo sulle escort portate da Gianpaolo Tarantini nelle case di Silvio Berlusconi emerge «uno sconcertante quadro della vita privata di vari soggetti coinvolti nella vicenda, dalle ragazze sino all'allora presidente del Consiglio».

È scritto nelle motivazioni della sentenza di condanna dell'avvocato Salvatore Castellaneta.

La sentenza, emessa il 10 dicembre 2013 al termine di un processo con rito abbreviato, è lo stralcio del processo «Escort» a carico di altre sette persone, in corso con rito ordinario dinanzi al tribunale di Bari. Castellaneta è stato condannato ad anno anno di reclusione per il reato di sfruttamento della prostituzione e assolto dal reato associativo.

Nelle 187 pagine delle motivazioni il gup del tribunale di Bari Ambrogio Marrone ricostruisce i 21 episodi contestati dal settembre 2008 al maggio 2009, in cui vengono citate le 26 ragazze «reclutate» per gli incontri, tra cui Manuela Arcuri e Sara Tommasi.

Il giudice riporta stralci di intercettazioni, verbali di interrogatorio e dettagli delle spese sostenute da Tarantini per ricostruire quelle che lui stesso definisce le «boccaccesche nottate» trascorse dall'allora premier con le ragazze della scuderia Tarantini. Da qui la considerazione sullo «sconcertante quadro della vita privata di vari soggetti coinvolti nella vicenda, dalle ragazze sino all'allora presidente del Consiglio che, al di là di una formale apparenza di cene eleganti, dissimulava una fiorente attività di esercizio della prostituzione».

«Il materiale probatorio, nel suo contenuto di oscenità e bassezza - scrive il gup - evidenzia la situazione di mercimonio del corpo femminile e la considerazione delle donne come semplici oggetti suscettibili di commercio a scopo sessuale».

«Lo sforzo finanziario impiegato per il raggiungimento dello scopo comune dimostra che si sia trattato di una vera e propria impresa criminale finalizzata ad ottenere vantaggi economici attraverso l'uso sistematico di numerose ragazze».

Lo scrive sempre il gup di Bari Ambrogio Marrone sullo stralcio del processo sulle escort portate dall'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini nelle residenze dell'allora premier Silvio Berlusconi.

Per il giudice, Tarantini aveva il ruolo di promotore e «finanziatore del complesso meccanismo associativo» e «aveva costruito una rete di collaboratori i quali, per motivi di interessi vari, si prestavano a reclutare ragazze disponibili alla prostituzione o vere e proprie professioniste del sesso, che offrivano il proprio corpo ai clienti procurati da Tarantini».

Secondo il gup, «i principali e stabili collaboratori di Tarantini erano Massimiliano Verdoscia e Pierluigi Faraone che aiutavano Tarantini nella preparazione e nella ricerca delle ragazze destinate ad allietare le serate nelle residenze di Berlusconi (Arcore, Palazzo Grazioli e Villa Certosa, ndr) e a fornire prestazioni sessuali retribuite».

Gianpaolo Tarantini aveva costituito una vera e propria «agenzia di reclutamento» in cui «le prestatrici d'opera, dietro pagamento di un corrispettivo in denaro, denominato variamente come busta, regalo, cachet o gettone» fornivano «consistenti i prestazioni sessuali». Utilità «elargite di solito dallo stesso Berlusconi, quasi sempre poco prima che queste (le ragazze, ndr) andassero via dalle sue dimore, il giorno dopo l'incontro ravvicinato a scopo sessuale, avvenuto di notte con le ragazze di turno».

Salvatore Castellaneta, condannato con rito abbreviato per sfruttamento della prostituzione a un anno di reclusione ma assolto dal reato associativo, «partecipava - secondo la sentenza - solo occasionalmente alle iniziative di Tarantini». Per il difensore di Castellaneta, l'avvocato Michele Laforgia, «la sentenza riconosce espressamente che Castellaneta era estraneo al sistema ideato da Gianpaolo Tarantini per conquistare i favori dell'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi».

Altre sette persone sono imputate dinanzi al Tribunale di Bari con rito ordinario. Il reato associativo è contestato a Tarantini, Verdoscia e Faraone mentre rispondono di induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione gli altri quattro imputati, Claudio Tarantini (fratello di Gianpaolo), Sabina Beganovic, nota come «l'ape regina» delle feste del premier, le attrici Letizia Filippi e Francesca Lana.

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