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Questo articolo è stato pubblicato il 10 maggio 2014 alle ore 08:12.

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ROMA
Cattive notizie dalla Corte di cassazione per Marcello Dell'Utri, attualmente piantonato in un ospedale di Beirut, in Libano, in attesa del via libera alla richiesta di estradizione avanzata dal nostro Guardasigilli. Per la giustizia italiana, nel futuro dell'ex senatore di Forza Italia – datosi alla latitanza ad aprile proprio per sfuggire al possibile arresto – ci sono infatti sette anni di carcere per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Così ha deciso ieri in tarda serata la Suprema corte, chiamata a decidere se confermare o meno la condanna in secondo grado per l'ex senatore di Forza Italia disposta dalla Corte d'appello di Palermo nel 2013.
La I sezione penale, presieduta da Maria Cristina Siotto, ha accolto la richiesta del Pg Aurelio Galasso che chiedeva di rendere definitiva il verdetto sottolineando in un'ora di requisitoria la solidità della pronuncia dei giudici palermitani. Punto qualificante della sentenza d'appello bis, secondo Galasso, l'ampia dimostrazione di come tra il 1974 e il 1992 Dell'Utri sia stato il mediatore e garante dell'accordo tra Silvio Berlusconi e Cosa nostra, e di come i pagamenti agli esponenti mafiosi siano arrivati puntualmente in quell'arco di tempo. Una sentenza «precisa e, a volte, addirittura un po' ridondante», ha aggiunto il Pg, che dimostra in concreto i pagamenti avvenuti tra il 1978 e l'82, e il ruolo di «ufficiale di collegamento» dello stesso dell'Utri «con esponenti mafiosi».
Di «condanna ingiusta» per uno degli uomini di punta dell'entourage berlusconiano, e di «paradosso immotivato» basato sull'ipotesi che Dell'Utri «abbia tradito il suo migliore amico per aiutare la mafia» ha invece parlato Massimo Krogh, uno dei difensori, sollecitando ai giudici l'annullamento dell'appello bis, in attesa della prescrizione che sarebbe maturata a fine luglio.
«Non condivido la sua iniziativa», ha spiegato il legale riferendosi alla latitanza dell'ex senatore, «ma dopo vent'anni può aver perso la testa e commesso una stupidaggine». Quella di Krogh non è stata un'esagerazione: la sentenza della Cassazione mette la parola fine ad un caso giudiziario che dura infatti da circa vent'anni anni, costellato da centinaia di udienze e testimoni e un fiume di deposizioni. Il primo processo, iniziato nel 1997 davanti al Tribunale di Palermo, si è concluso dopo sette anni con la condanna dell'imputato a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Molto più veloce il processo di secondo grado, tenutosi tra aprile e giugno del 2010 e finito con la pena ridotta a sette anni. I giudici avevano ritenuto provati i rapporti tra Dell'Utri e la mafia fino al 1992 mentre lo avevano assolto «perché il fatto non sussiste» per i fatti successivi. A marzo del 2012, il successivo, parziale annullamento della sentenza per lacune nella motivazione da parte della Cassazione, che aveva accolto il ricorso della difesa di Dell'Utri. Confermata l'assoluzione per le accuse successive al 1992, e per le quali la sentenza è diventata definitiva, la Suprema Corte aveva imposto un nuovo processo d'appello per «dimostrare l'accusa di concorso esterno per il periodo in cui il senatore di Forza Italia lasciò Fininvest per andare a lavorare per Filippo Alberto Rapisarda, tra il 1977 e il 1982». Del 25 marzo dello scorso la nuova sentenza d'appello-bis, che ha nuovamente confermato la condanna a 7 anni di Dell'Utri.
«Delusa» per il verdetto, la difesa di Dell'Utri non intende comunque arrendersi di fronte alla parola "fine" scritta ieri sera dagli ermellini, preannunciando un seguito della battaglia giudiziaria davanti alla Corte dei diritti dell'Uomo di Strasburgo, come già il suo mentore Silvio Berlusconi dopo la condanna definitiva per frode fiscale nel caso dei diritti tv Mediaset. «Con ogni probabilità – ha detto l'avvocato Giuseppe Di Peri – ci si rivolgerà alla Corte europea di Strasburgo per verificare se il procedimento si è svolto entro certi binari, se sono state osservate le regole processuali».
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LA VICENDA
L'avvio del processo
L'ex senatore di Fi Marcello Dell'Utri nel 1994 è indagato per concorso in associazione mafiosa. L'11 dicembre del 2004 Dell'Utri viene condannato a 9 anni di carcere. Nel 2006 comincia il processo di secondo grado. Il 29 giugno del 2010, la corte condanna Dell'Utri a 7 anni, che esclude però che il manager abbia mantenuto rapporti coi clan dopo il 1992
L'annullamento con rinvio
Il 9 marzo del 2012 la Cassazione annulla con rinvio la sentenza per lacune nella motivazione. Il nuovo processo d'appello porta a una nuova condanna a 7 anni per concorso in associazione mafiosa: per i giudici Dell'Utri è "mediatore contrattuale" del patto di protezione tra Berlusconi e Cosa nostra dal '74 al '92. Ieri la Cassazione ha confermato i 7 anni

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