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Questo articolo è stato pubblicato il 11 maggio 2014 alle ore 08:14.
Chi elargisce la donazione più alta, dà il proprio nome al museo. È questo il tam tam di guerra che ha generato il Pamm, acronimo di Pèrez Art Museum of Miami, il museo d'arte contemporanea che racconta la doppia anima, ispanica e americana, di Miami. Così Jorge M. Pérez, donando 40 milioni di dollari, è entrato a pieno titolo nella storia del business etico.
Per conoscere le origini di questa dinamica, entriamo nell'impero di Pérez, «The Related Companies», che ha sede in un edificio costruito sui resti degli insediamenti indiani sulle rive dell'oceano Atlantico.
Siamo nel cuore della city, una città che sale di ora in ora. Vista la sua sfrenata passione per l'arte contemporanea (ha gli uffici invasi da quadri e sculture) Pèrez non esita a farsi un autoritratto a parole: «Credo che potrei definirmi... come uno di quei personaggi non finiti di Francis Bacon. Mi attrae l'idea esistenzialista che la vita sia una lavagna da riempire man mano, mi piace l'autodeterminazione, il fatto che, con ogni nostra azione, contribuiamo a disegnare anche la lavagna degli altri. Credo di essere una persona etica e, ogni volta che agisco, cerco di essere il più onesto possibile; in fondo, siamo tutti esempi gli uni per gli altri».
Conosciuto come «il Donald Trump dei Tropici», nato in Argentina da genitori cubani, cresciuto in Colombia e poi negli Stati Uniti, Pérez è un costruttore di successo, un collezionista bulimico, l'incarnazione odierna del mecenate illuminato, un brillante sessantenne ipersensibile ai concetti di creatività, onestà, resilienza e teoria del cambiamento. Nel suo best seller del 2008 rivela come diventare miliardari con le costruzioni: «Ho cominciato dal nulla. O quasi nulla. Ero un immigrato arrivato a Miami con 2 dollari in tasca. Oggi sono un miliardario e – dice Pérez – se ci sono riuscito io, puoi farlo anche tu». Se in Italia la parola billionaire è sinonimo di individualismo cinico e arroganza incolta, negli Usa essere miliardario assume sempre più i contorni di una missione sociale, anche se dai forti ritorni fiscali.
Ricostruiamo i passaggi fondamentali che hanno reso possibile il Pamm. «Prima del mio inserimento nel progetto, l'architetto americano Philip Johnson aveva creato un museo che non interagiva con la città. Così cominciammo a pensare a un nuovo museo che riflettesse maggiormente la vitalità di Miami, e anche a mettere su una collezione di arte contemporanea. È difficile cominciare un museo da zero, però a Miami ci sono collezioni private molto buone e persone generose, così abbiamo chiesto ai privati sia le opere d'arte per la collezione, sia i soldi per il cantiere. Poi, dopo aver incontrato i migliori architetti internazionali, abbiamo scelto Herzog e de Meuron, che avevano capito la bellezza dell'acqua, la storia di Miami, la sua luce. Ma avevamo altre due cose da fare: trovare un terreno e 100 milioni di dollari. Siamo stati fortunati, perché la città di Miami possedeva il terreno su cui si trova oggi il museo. Questa fase, che oggi sembra semplice a dirsi, è durata 5 anni.
Nella vita di Pérez, l'intuizione di legare il proprio nome all'arte contemporanea ha radici lontane. «Ho sempre amato l'arte. Mio padre era un uomo d'affari e mia madre una professoressa appassionata di arte, letteratura e filosofia. Credo di aver imparato tutto da lei. Mentre i miei compagni di college avevano alle pareti poster di cantanti rock o donne nude, io risparmiavo (giocavo anche molto a poker) per comprare litografie di Mirò, Man Ray, Marino Marini, opere che ancora oggi possiedo. Dopo la laurea ho vissuto in Europa, mi sono innamorato delle città europee e ho deciso di diventare urbanista».
Nel 1968 si stabilisce a Miami e comincia a costruire il suo impero. Inventa l'affordable housing, impone nuovi stili di vita e modifica lo skyline della Florida. L'arte, in tutto ciò, sembra offrirsi come un ottimo grimaldello nelle trattative per lo sviluppo urbanistico. «Ero coinvolto nell'attività di fundraising del museo, facevo parte del board. Un giorno mi dissero: «Abbiamo bisogno sia di denaro, sia di una collezione d'arte latino-americana». Pensai che fosse importante essere associato a quel progetto. Qui intorno molti edifici sono stati costruiti da noi; siamo diventati in pochi anni i più grandi sviluppatori di Miami. Adesso, più vado avanti, più intendo dedicare attenzione all'eredità che lascerò alla città. Vorrei restituire qualcosa alla comunità, nei modi giusti, e credo che il museo sia un lascito importante».
Per uscire dal limbo sterile di una iper-ricchezza fine a se stessa, gli Stati Uniti riscoprono le potenzialità della filantropia, permettendo di riversare fiumi di energie private nella sfera pubblica. «Quando sono entrato nel The Giving Pledge di Bill Gates (club di miliardari che devolvono il 50% dei loro guadagni in opere di beneficenza), tra i 90 aderenti ero l'unico ispanico –0 racconta Pérez –. Gli ispanici non hanno una tradizione di beneficenza, sono abituati a dipendere dal denaro pubblico. Credo che questo sia da cambiare e che sia importante avere un ruolo preminente nella filantropia. Ogni donazione mi coinvolge infatti come rappresentante dell'intera comunità ispanica. In fondo, vivo le opere d'arte come fossero un prestito: le tengo per un po' e poi le cedo al museo; comprandone sempre di nuove, posso cambiare spesso la visuale delle pareti e intanto costruire una splendida collezione per il museo».








