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Questo articolo è stato pubblicato il 08 giugno 2014 alle ore 08:15.

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Piuttosto inusuale per una vetrina di teatro dare inizio alle sue offerte "verbali" con uno spettacolo di danza; ma l'affezione napoletana per la Vertigo Dance Company pare essere così prorompente da aver indotto la direzione del Napoli Teatro Festival Italia a tagliare il nastro di partenza della sua settima edizione proprio con la piccola e agguerrita compagnia israeliana.
Ospite già in precedenti due anni della manifestazione partenopea, la compagine di Gerusalemme ha subito sbancato il botteghino, inducendo l'apertura al pubblico anche della prova generale, come è ovvio nello stesso scenario incantevole della successiva "prima". Reshimo, la novità in prima mondiale dei Vertigo, si è così materializzata quasi sul mare. Luna a spicchio di limone, onde calme e scintillanti, un palco tutto aperto dal fondale a cartolina illustrata, con i piccoli ed eccitati bagliori intermittenti di una Posillipo lontana. E tutt'intorno gli spalti della raccolta arena costruita dentro il Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa, un luogo di rara suggestione e ben conservato con i binari illuminati, le casupole gialle e tutte in fila, un tempo deposito di treni ormai secolari, adesso solo in esposizione.
I Vertigo hanno però scelto di esibirsi sul mare con Reshimo, titolo tratto dalla Kabbalah (traducibile in reminiscenze del passato) e anche con Mana (forza sovrannaturale), coreografia sempre firmata da Noa Wertheim, la loro leader, già presentata a Napoli nel 2009 e ora riproposta a furor di popolo. A differenza di quel commovente exploit, Rashimo è soprattutto un'encomiabile confezione, in cui si notano la fluidità dei movimenti, la forza che in essi vi infondono i bravi danzatori a piedi scalzi, qua e là la bellezza di linee originali e i gesti di rottura. Tuttavia, l'insieme non si discosta da una traslata tranche de vie dove, per metafore dinamiche – il corpo danzante qui evoca e non "narra" – si suggerisce lo scorrere del tempo, gli incontri d'amore, le tensioni di gruppo e di coppia, l'esplosione di momenti di allegria, ben riconoscibili nel folklore e nei saltelli "pendenti", come se ognuno dei ballerini fosse una torre di Pisa in miniatura.
L'inizio lascia subito ben sperare. Tutti riversi sul proscenio, dove per altro tornano volentieri, gli otto interpreti in costumi semicasuali (ci sono donne e uomini con lunghi soprabiti) strisciano dinoccolati a terra, come se volessero pulire, con le loro gambe aperte, quella "madre" sulla quale corrono o camminano in semicerchio, le mani nelle mani. Poi, però, complice una musica a collage troppo in altalena, anche i movimenti più originali si perdono in un costrutto a quadri contrapposti, secondo il cliché corrente nella coreografia moderno-contemporanea "globale". Tristezza e gioia, vivacità e mestizia come nel finale, con foglie secche cadenti dal cielo in un asprigno tramonto dell'esistenza.
Belli, comunque, quegli assolo drammatici, quei gesti rapidi delle mani sopra la testa, quasi per sfogare una rabbia repressa, e quei rari momenti di stasi del gruppo diviso agli angoli del palco, i suoi componenti, per brevi attimi, spaesati. Se questa è la vita, vista con gli occhi della coreografa Wertheim, ci possiamo anche credere. Certe canzoncine brasiliane, infilate nel tessuto sonoro insieme ad altre riconoscibili, rivelano quella mediterraneità – Leitmotiv di tutto il festival e dei suoi rimescolii tematici e geografici – capace di far sorridere nei momenti più bui. E di infondere un calore che Rashido accarezza soprattutto in quella che potremmo definire la sua giocosa infanzia, disposta per file, sbarazzina e volante. Invece quel che manca nella pièce è la riconoscibilità israeliana, così ben descritta dallo scrittore David Grossman.
Malessere, precarietà, permanente stato di paura e tensione non sono, per la verità, del tutto assenti dalle tracce danzanti degli orgogliosi Vertigo, ma restano strangolati entro una patinata quanto luccicante superficie. Ci sarà da confrontarne gli esiti con le altre proposte di danza del festival: il Balletto nazionale del Kosovo per una She-ra-zade concepita da Alessandra Panzavolta entro un progetto di sostegno culturale a un Paese falciato dalla guerra, e la compagnia del brindisino Emio Greco e del suo dramaturg Pieter C. Scholten. I due, da tempo insediati in Olanda, e carichi di encomi e premi, hanno deciso di assumere, a sorpresa, la direzione vacante del Ballet National de Marseille.
A Napoli, però, si presenteranno con il loro gruppo dai colori internazionali, e con un titolo del 2013, Addio alla fine, a dir poco profetico e riassuntivo della situazione italiana di oggi. Un rinoceronte s'infilerà tra le casupole del Museo ferroviario. Non sarà un omaggio a Pina Bausch, ma a Federico Fellini, e forse la simbolica irrisione di quel grasso potere caracollante e sempre a galla tra i miasmi malavitosi, di cui non si intravvede la fine.
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Reshimo e Mana, Vertigo Dance Company, sino al 9 giugno;
She-ra-zade, Ballet National of Kosovo, 11 giugno;
Addio alla fine, Emio Greco-P.C. Scholten, 13, 14 giugno;
Napoli, Teatro Festival Italia, Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa

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