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Questo articolo è stato pubblicato il 13 giugno 2014 alle ore 06:38.
L'ultima modifica è del 13 giugno 2014 alle ore 06:56.

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Alberto
Negri Quanti frammenti di Iraq avremo domani sulla mappa del Medio Oriente? L'incerto futuro del Paese lo si poteva già intuire il 9 aprile del 2003 quando i marines entrarono in Piazza Firdous e il colonnello McCoy che li guidava chiese con disinvoltura della birra al bancone dell'hotel Palestine. Fuori il robusto Khaddoum al Jabouri tentava di sbriciolare con un maglio la statua di Saddam Hussein. Non più di duecento giornalisti assistevano all'evento ma nell'obiettivo delle telecamere questa piccola folla apparve una moltitudine traboccante sugli schermi del pianeta. Al tramonto il simbolo di un regime brutale fu abbattuto dai genieri con funi d'acciaio: era l'immagine che si voleva diffondere sui media, da incorniciare tra gli eventi
del millennio.
Non era però la fine della storia ma l'inizio della guerra civile e di una nuova tragedia che si aggiungeva agli otto anni di conflitto contro l'Iran (un milione di morti), alla temeraria occupazione del Kuwait, alla guerra del '91, a un decennio di sanzioni che avevano prostrato la popolazione.
Perché l'Iraq si sta sgretolando? Appena arrivati, gli americani commisero un errore madornale che spiega come mai nel Nord l'esercito ha ceduto di schianto all'avanzata dei jihadisti e perché Washington sta esitando, dopo il ritiro del 2011, ad aiutare Baghdad. Il calcolo più sbagliato fu eliminare ogni simulacro del vecchio regime sciogliendo le forze armate, il simbolo dell'unità del Paese e la ragione, con il petrolio, della sua stessa esistenza come nazione. Dopo la decolonizzazione e la fine delle monarchie, quasi tutti i leader di Iraq, Egitto, Siria e degli altri Paesi arabi sono usciti dalle forze armate, l'unica istituzione che attenuava
le acute divisioni settari
ed etniche.
La decisione dell'ineffabile proconsole Paul Bremer precipitò il Paese nell'anarchia, fu la causa della sollevazione di sunniti, dell'infiltrazione di al-Qaeda e di altri gruppo radicali. L'Iraq si divise così tra gli sciiti, la maggioranza concentrata nel Sud, con il potere politico e il petrolio, i sunniti, il 20% prima dominante, e la regione autonoma curda. Cominciava l'epoca, mai finita, delle milizie, del terrorismo, degli attentati suicidi.
L'Iraq da tempo non è più una nazione. Il governo sciita di Baghdad, alleato di Teheran, sostiene il regime siriano di Bashar Assad, mentre i sunniti iracheni appoggiano i ribelli finanziati dalle monarchie del Golfo. Il Paese è diviso su tutto, dalla politica estera al petrolio, mentre un fanatismo alimenta l'altro, in una spirale che ha aiutato i jihadisti a prendere il controllo della rivolta siriana e di quella irachena. L'esclusione dei sunniti dalle forze armate è stato un vertice di ottusità: gli ex militari prima hanno rivolto le armi contro americani e sciiti e adesso hanno accolto con favore l'avanzata dell'Isil, lo Stato islamico dell'Iraq e del Levante. Pur di prendersi una rivincita, anche i laici si sono alleati tatticamente con i jihadisti.
E ora stanno nascendo sull'atlante reale - quello virtuale riporta confini ormai quasi inesistenti - tre o quattro Iraq diversi. C'è l'Iraq "utile" del Sud, in mano agli sciiti, con i due terzi della produzione petrolifera e i terminali di export sul Golfo. Ma la sua capitale decisamente non è più Baghdad, dove in un Parlamento frammentato non si mettono d'accordo neppure sullo stato d'emergenza. Questo è l'Iraq di Najaf e Kerbala, degli Imam Alì e Hussein, degli ayatollah che guardano a Qom, non a Baghdad.
A Nord, ai confini con la Turchia e l'Iran, si rafforza il Kurdistan dove i peshmerga approfittano dell'avanzata dei jihadisti per impadronirsi di Kirkuk, abbandonata dall'esercito regolare. Il governo si era sempre rifiutato di indire un referendum sullo status della Gerusalemme dei curdi, che intendono esportare petrolio senza dare conto di nulla a Baghdad. Anche per loro il governo non esiste più.
L'Isil punta a realizzare un califfato con la Siria: i jihadisti controllano i corridoi di collegamento con la frontiera siriana e possono sbandierare la conquista di Mosul. Ma se il califfato forse è un progetto irrealistico, è evidente che stanno progressivamente svanendo le frontiere del Medio Oriente sorte un secolo fa con la spartizione artificiale franco-britannica e gli accordi segreti del 1916 di Sykes-Picot, la radice di molte disgrazie del Medio Oriente.
Gli errori vengono da lontano ma qui restano incisi nella memoria. Il 9 aprile 2003 il Colonnello McCoy, per dimostrare che la popolazione era al fianco dei liberatori, condusse le telecamere nel quartiere sciita di Sadr City. Fu un trionfo di applausi ma poche ore dopo, verso sera, la prima autobomba si scagliava contro un check point americano. I reporter scrissero una modesta nota sul taccuino non immaginando che la fine dell'Iraq era cominciata e ben altro si preparava a sconvolgere la mappa della regione e delle nostre labili sicurezze.
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