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Questo articolo è stato pubblicato il 27 giugno 2014 alle ore 06:39.

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Indifferente alle minacce, sfidando i pericoli che corre un personaggio tanto scomodo in una città pericolosa come Bengasi, Salwa Bugaighis era andata a votare nel suo seggio. Da tempo aveva esortato i libici a esprimere il proprio voto. Perché, per quanto svoltesi in un Paese in balia dell'anarchia e dei gruppi armati, le elezioni parlamentari dovevano rappresentare una tappa importante in quel processo di transizione in cui l'attivista dei diritti umani credeva fermamente. Poche ore dopo, un gruppo di cinque uomini armati ha fatto irruzione nella sua abitazione. Colpita alla testa l'avvocato Salwa Bugaighis è deceduta in ospedale. Del marito non c'è più traccia.
Non sono solo i familiari a piangere la morte della donna coraggio di Bengasi, ma anche tutti quei libici moderati - e sono molti - che guardano con rassegnazione, ma anche con rabbia, alla pericolosa deriva che ha intrapreso l'ex regno di Muammar Gheddafi. In prima linea durante la rivoluzione del 2011, ex membro del Consiglio nazionale transitorio, Salwa aveva poi assunto la vice presidenza della Commissione preparatoria per il dialogo nazionale in Libia. Un personaggio dunque nel mirino di chi quel dialogo lo rifiuta senza concessioni. La coraggiosa attivista non aveva mai esitato a criticare duramente i movimenti estremisti islamici che in Cirenaica stanno trovando un terreno fertile per la loro propaganda delegittimando le istituzioni. Il suo assassinio è uno dei tanti atti di violenze che hanno scosso il Paese nel giorno delle seconde elezioni parlamentari dell'era del post-Gheddafi, un voto caratterizzato da un'affluenza piuttosto bassa, 630mila votanti, il 42% degli elettori che si erano registrati.
È quasi un bollettino di guerra quello diramato ieri: sette soldati, uccisi a Bengasi da miliziani islamici. Cinquatatre feriti. Dovevano proteggere i seggi. Un numero imprecisato di feriti e vittime negli scontri tra le milizie del potente generale Khalifa Haftar e le cellule islamiche nei dintorni di Bengasi. Diversi incidenti hanno colpito altre località. Ieri mattina l'ultimo attacco dall'alto valore simbolico: un'autobomba esplosa davanti alla sede dell'Assemblea costituente libica, nella città orientale di Baida, senza provocare vittime.
Non è una casualità che la maggior parte degli incidenti siano accaduti nella regione orientale della Cirenaica. Bengasi è ormai l'emblema di una Libia liberata da un dittatore crudele, ma sempre più spaccata. Da tempo in questa riottosa regione soffia il vento del federalismo, se non del secessionismo. In questa terra sempre più distante da Tripoli agiscono indisturbate pericolose cellule estremiste. La città più conservatrice, Derna, è ormai una roccaforte jihadista in mano agli estremisti islamici di Anasar al-Sharia. Una sorta di città Stato, sfuggita al controllo del governo di Tripoli, dove mercoledì tutti i seggi elettorali sono rimasti chiusi. Difficoltà per votare si sono avute anche nella città meridionale di Sebha, conosciuta per le sue potenti tribù, ostili al governo di Tripoli, che avevano appoggiato Gheddafi durante la guerra, e in altre zone meridionali. Per i primi risultati preliminari occorrerà attendere il prossimi giorni. L'esito è incerto. Tangibile, invece, la disaffezione dei libici verso il processo di transizione.
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