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    Dossier | N. 123 articoliElezioni comunali 2016

    La mappa delle alleanze: Pd-sinistra in 7 città , Fi-Lega in 13

    • –di Roberto D'Alimonte

    Tutte le elezioni hanno un fascino. Quello dei numeri. È così anche per queste comunali. Dopo tante congetture questa sera si vedranno dei dati veri che ci forniranno una chiave per ragionare su preferenze degli elettori e strategie di partito in questa fase di transizione della politica italiana.

    In molti casi saranno dati definitivi. Per la precisione su 1.342 comuni al voto, in 1.193 il sindaco verrà eletto direttamente questa sera. Sono i comuni sotto i 15.000 abitanti (in Sicilia sotto i 10.000) in cui l’elezione avviene con un sistema maggioritario secco. Chi prende un voto più degli altri vince. Nei 149 comuni superiori ai 15.000 abitanti invece il sistema è diverso. Vince il candidato che ottiene il 50% dei voti al primo turno. Se nessuno ce la fa i due candidati più votati vanno al ballottaggio. Per molti di questi comuni i risultati di questa sera non saranno definitivi. Nella maggior parte dei casi bisognerà aspettare i ballottaggi per conoscere il vincitore. Sarà così per molti dei comuni capoluogo di provincia che sono in totale 25. Nella tornata precedente solo 12 di questi comuni sono andati al ballottaggio. Questa volta saranno molti di più. E sarà così molto probabilmente per Milano, Torino, Bologna, Roma e Napoli. Saremmo molto sorpresi se in una di queste città la partita si chiudesse questa sera. Quindi per poter trarre conclusioni significative su questa tornata elettorale si dovrà aspettare il 19 Giugno.

    Cinque anni fa queste elezioni sono andate particolarmente bene per il Pd. Nella stragrande maggioranza dei comuni al voto le elezioni si svolsero nella primavera del 2011. In quel momento la popolarità di Berlusconi e del suo governo erano ai minimi storici. Il premier aveva appena subito la scissione della formazione di Fini e aveva superato per un soffio il voto di fiducia alla Camera. In queste condizioni di scarsa competitività del centrodestra Pd e alleati ottennero un larghissimo successo. Tra l’altro il M5s era presente solo nel 40% dei casi raccogliendo circa il 5% dei voti totali. Quest’anno il quadro è molto diverso. Queste elezioni cadono in un momento delicato per il governo Renzi. È quel momento del ciclo elettorale, caratteristico delle cosiddette elezioni di secondo ordine (locali, europee), in cui la popolarità del governo in carica tocca spesso il minimo. Sono tanti i dati che confermano questa tendenza in molti paesi. Quindi per il Pd queste sono elezioni difficili. Per questo non sorprende che il premier abbia tenuto un basso profilo durante tutta la campagna elettorale. In ogni caso per Renzi non sarà tanto il dato complessivo a pesare quanto l’esito nei capoluoghi, soprattutto i maggiori. E questo dipende non solo dalla popolarità del governo in carica ma anche da fattori locali. Contano le alleanze e contano i candidati.

    Sulla politica delle alleanze una sorpresa relativa è quella di vedere che non tutte le coalizioni del 2011 sono scomparse. Le divisioni che infiammano i rapporti a sinistra e a destra a livello nazionale hanno offuscato il fatto che centro-destra e centro-sinistra in certi comuni esistono ancora. Forse è un fatto transitorio e contingente ma intanto va registrato. Pd e sinistra radicale si presentano insieme in 7 capoluoghi tra cui Milano, Cagliari, Trieste. Forza Italia e Lega Nord appoggiano lo stesso candidato in 13 capoluoghi tra cui Milano, Napoli, Bologna, Trieste, Grosseto. Il caso del centro-destra è il più interessante perché si potranno raffrontare i dati di Forza Italia e Lega Nord nei comuni dove sono alleati con quelli dei comuni dove si presentano divisi. Sarà un elemento che avrà un suo peso nella ridefinizione dei rapporti all'interno di questo schieramento.

    Il M5s invece resta fedele a se stesso. Sempre da solo, senza alleati nazionali o liste civiche locali. Anche in questo sta la sua diversità. Per il Movimento la sfida di oggi è quella di arrivare al ballottaggio a Roma e/o a Torino. Se ce la farà, questi due comuni saranno un test significativo della sua capacità di attrarre al secondo turno le seconde preferenze degli elettori i cui candidati preferiti resteranno esclusi dai ballottaggi. Il test sarà ancora più rilevante se a sfidare le candidate del M5s- la Raggi a Roma e la Appendino a Torino - saranno i rappresentanti del Pd. Sarebbe una specie di prova generale di una possibile sfida Pd-M5s alle prossime politiche.

    La frammentazione del quadro politico è un altro dato che spicca in questa tornata elettorale. Un fenomeno noto e generalizzato, che interessa sia il Nord che il Sud. Nei comuni capoluogo le coalizioni a guida Pd e quelle a guida Forza Italia sono sostenute in media da 6 liste ciascuna. A Napoli la candidata del Pd Valeria Valente è sostenuta da 11 liste e Luigi De Magistris da 12 (nel 2011 erano 4). Tanti candidati e tante liste non sono una novità. Spesso la spiegazione fa riferimento genericamente a cultura politica e clientelismo. È vero, ma il sistema elettorale ci mette del suo.

    In un paese con una altissima propensione al particolarismo e al professionismo politico ci vorrebbero regole diverse per contrastare la frammentazione. Invece nell’attuale sistema elettorale per i comuni ci sono diversi incentivi che funzionano al contrario. Uno è il voto di preferenza, un altro è il fatto che qualunque lista coalizzata porta voti utili per vincere anche se è una lista fasulla e un altro ancora è la possibilità di apparentamenti tra primo e secondo turno. La formula è semplice: più liste, più candidati, più voti di preferenza, più possibilità di vincere. E così si alimentano professionismo politico e frammentazione. Per ora l’antidoto all’ingovernabilità è stata l’elezione diretta del sindaco. Finora ha funzionato ma non dappertutto. Sono sei i comuni capoluogo che vanno al voto oggi senza sindaco uscente ma con un commissario prefettizio. Il rischio di ingovernabilità non è del tutto scongiurato nemmeno a livello locale. È bene ricordarsene quando si ragiona di governabilità a livello nazionale.

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